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     n. 13 anno 2026

Un’analisi sociologica della Direttiva UE che prescrive trasparenza ed equità retributiva

di Gian Carlo Cocco

Noi siamo responsabili non solo di ciò che facciamo, 
ma anche di ciò che non facciamo
Jean-Baptiste Moliére

 

1.  Equità e trasparenza
La Direttiva UE 2023/970 prescrive l’equità e la trasparenza nella definizione delle retribuzioni delle organizzazioni con il fine di contrastare il divario e la discriminazione salariale. Entro giugno 2026, le aziende dovranno rendere palesi le fasce salariali dei propri collaboratori consentendo agli stessi di conoscere i criteri retributivi con i quali sono state definite. La normativa, in sostanza, dovrebbe indurre un rinnovamento della politica e della gestione del capitale umano in termini di condivisione e coinvolgimento.
Questa normativa trova la sua lontana origine da esigenze di equità e trasparenza.
Partiamo innanzi tutti da alcuni chiarimenti terminologici. Due sono gli aspetti chiave di questa normativa: l’equità (cioè il criterio che deve caratterizzare la imparziale definizione dei livelli retributivi nei confronti delle persone che fanno parte di un’organizzazione) e la trasparenza (cioè la chiara evidenza dei dati retributivi e la conseguente visibilità degli stessi ad ogni componente dell’organizzazione).
L’equità è un termine impiegato come sinonimo di giustizia, vale a dire di uguaglianza di trattamento e di conseguente imparzialità nei confronti di tutti coloro che fanno parte di un sistema organizzato (stato, impresa, ente di qualsiasi natura). Il termine equo significa anche equilibrato, proporzionato e alla base della ragionevolezza delle decisioni adottate. 
Il rapporto medio tra i livelli retributivi delle posizioni di vertice d’impresa e la media dei dipendenti nel 1965 era 20:1, nel 2016 è  passato a 271:1. Si può definire un vero e proprio colpo di mano dei top manager nei confronti della massa dei dipendenti. Dal 1986 al 2012 l’incremento retributivo medio delle posizioni di vertice è stato + 876%. L’incremento retributivo medio dei dipendenti è stato  + 5%... Alla faccia dell’equità! Si potrebbe pensare che questa direttiva sia comparsa fuori tempo massimo. Tra l’altro, va anche rilevato che molti livelli retributivi, purtroppo, non hanno ancora superato lo sfruttamento di tipo ottocentesco di intere classi di lavoratori.
La trasparenza è un termine che si riferisce ad azioni, comportamenti, situazioni, rapporti che risultano evidenti e chiari nelle loro finalità e si presentano privi di modalità e volontà di occultamento, segretezza o travisamento. Si pensi quanto sia importante per l’economia la trasparenza dei mercati che garantisce il cosiddetto “regime di libera concorrenza”. Presidiare un contesto di trasparenza consente, agli attori, di operare in modo diretto e semplificato. Dove vige un sistema di regole rispettate la trasparenza produce l’equità e si diffonde un regime di fiducia. Ci si trova nelle condizioni di dedicare le proprie energie al raggiungimento degli obiettivi previsti, senza doversi preoccupare di “guardarsi le spalle”.
La distribuzione equa delle risorse è estremamente diffusa nelle comunità umane di cacciatori e raccoglitori ove prevale l’imparziale distribuzione di quanto raccolto, cacciato o pescato, a prescindere da chi lo ha procurato. Solo in questo modo la comunità si garantisce una maggiore possibilità di sopravvivenza utilizzando in modo completo le risorse disponibili ed evitando gli sprechi conseguenti allo squilibrio distributivo. Modernamente riscontriamo questa esigenza condivisa e apprezzata nella cosiddetta equa ripartizione degli utili e degli oneri.
Il termine equità evidenzia una condizione tramite la quale ogni persona, gruppo o collettività deve essere considerata alla stessa stregua di tutti agli altri corrispondenti attori: una condizione di parità e di uguaglianza nel trattamento di riconoscimenti formali e sostanziali. In relazione alla cosiddetta giustizia sociale si può parlare di corretta partecipazione alla ricchezza prodotta, in proporzione al merito, cioè alla qualità e quantità del contributo apportato.  

2. Le radici profonde dell’equità e della trasparenza
Le origini profonde della diffusa esigenza di equità dimostrano che non si tratta di una richiesta maturata solo in tempi storicamente recenti e correlabile ai sistemi sociali di natura democratica, ma ha radici profonde Si pensi al giudizio di Salomone e al comportamento che tutte le culture complesse hanno di ricorrere ad un giudizio, solitamente da parte di membri autorevoli, per dirimere dispute e per diffondere l’armonia sociale. Questa esigenza ha stimolato la creazione di complessi sistemi normativi che hanno prodotto il diritto e le conseguenti leggi, nonché tutte le regole di funzionamento nell’ambito di ogni contesto umano: dalla famiglia alla nazione e in ogni ambito di attività: dai mercati allo sport. 
Equità e trasparenza formano un binomio virtuoso che caratterizza le comunità umane più efficaci ed equilibrate, come dimostrato dalla vasta gamma degli studi condotti dall’antropologia culturale, che hanno evidenziato l’esistenza di comunità ecologiche ed armoniose (basate su equità e trasparenza) a fronte di  comunità aggressive e ingiuste (inique e oppressive). 
Diviene ancora più interessante rilevare che anche le comunità degli animali superiori hanno dimostrato di essere sensibili alle esigenze basilari di equità. Forniamo alcuni esempi.
Durante un esperimento, sui primati bonobo (condotto dai ricercatori del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology dell'Università di Utrecht) si è potuto rilevare che gli stessi si rifiutavano di continuare ad agire dopo aver ricevuto una ricompensa per lo stesso motivo, decisamente inferiore a quella di un compagno, mostrando avversione per il trattamento iniquo ricevuto.
Contrari alle ingiustizie si sono dimostrate anche altre specie di primati. In uno studio condotto dai ricercatori dello Yerkes National Primate Research Center della Emory University è stato analizzato il comportamento di alcuni scimpanzé utilizzando un gioco di economia sociale (definito “The ultimatum game”). E’ stato confermato come l’esigenza di equità sia condivisa anche dagli scimpanzé alimentando la prospettiva di un’origine pre-umana di questa attitudine. Nel gioco dell’ultimatum due giocatori devono ripartirsi una specifica ricompensa. Uno dei giocatori ha l’incarico di decidere l’entità della ripartizione. Se l’altro giocatore accetta, il gioco si conclude. Ma se la ripartizione non è accettata nessuno dei due ottiene nulla. Ebbene, anche gli scimpanzé dimostrano che al di sotto di una ragionevole ripartizione della ricompensa preferiscono rinunciare all’offerta considerandola offensiva. Umanamente si direbbe “non accetto l’elemosina o le briciole…” 
Uno studio dell’università di medicina veterinaria di Vienna, pubblicato sulla rivista Current Biology, dimostra che anche i lupi (animali che vivono in branco) risultano in grado di riconoscere un trattamento non equo e reagiscono in modo conseguente. Secondo Jennifer Essler, veterinaria e coordinatrice della ricerca, i lupi sono in grado di provare frustrazione come reazione ad una palese ingiustizia subita.
Forniamo anche alcuni esempi riguardanti i bambini.
“Non è giusto però!”. Quante volte abbiamo udito questa frase da parte di bambini di tutte le età? Un’équipe del Max Planck Institute di Lipsia ha cercato di approfondire il tema della giustizia tramite un apposito esperimento condotto su alcuni bambini in età prescolare. Protagonisti dell’esperimento erano due pupazzi e un bambino seduti a un tavolino mobile: immancabilmente, tutte le volte che il pupazzo rubava il dolcetto o il giocattolo posto davanti al pupazzo “vittima”, il bambino di turno cercava di ruotare il tavolo per tentare di restituire il maltolto. Secondo le osservazioni fatte dal team, è stato riscontrato che i piccoli, rispetto agli adulti, sono più portati a risarcire la vittima che a punire il colpevole. 
Un altro esperimento realizzato nel 2007 da J. Kiley Hamlin, Karen Wynn e Paul Bloom sulla cognizione morale  dei neonati si è basato sul mostrare agli stessi una figura geometrica (un quadrato) che stava scalando un pendio. Un’altra figura geometrica (un triangolo) spingeva la prima nella direzione desiderata. In alternativa un’altra figura (un cerchio) impediva alla stessa di proseguire. Tutte le figure erano umanizzate da occhi. Quando veniva offerto ai neonati di scegliere tra le due figure geometriche che erano intervenute, sistematicamente sceglievano quelle che avevano aiutato nella scalata. I neonati operavano una scelta morale positiva.
Il gioco dell’ultimatum è stato utilizzato in una forma particolare anche per bambini di età compresa tra i due e i sette anni. I bambini dovevano scegliere gettoni colorati da scambiare con dei cioccolatini Chi prendeva un gettone doveva passarlo al proprio partner perché arrivasse la ricompensa. Tutte le ricerche hanno dimostrato che bambini, anche molto piccoli, si aspettavano che venisse rispettata la regola. Quando questo non avveniva emergevano diffuse forme di protesta. 
È interessante rilevare che esistono due livelli riguardanti il senso di equità. Un senso di equità soggettivo tipico di quando si percepisce e disapprova l’ingiustizia subita, comune anche agli animali superiori. Un senso di equità oggettivo tipico di quando si percepisce e si disapprova anche l’ingiustizia subita da altri. Questa forma è comune sia  ai bambini, sia agli adulti.

3. Il contributo delle neuroscienze
Anche le neuroscienze hanno affrontato il tema dell’equità e della trasparenza per evidenziare la basi cerebrale del rispetto delle norme e della morale. 
Patricia S. Churchland nel suo libro Neurobiologia della morale, Raffaello Cortina Editore Milano 2012, evidenzia che nel cervello coesistono due valori fondamentali: la cura di sé e la cura degli altri che risultano essere alla base di ogni forma di cooperazione e di fiducia.
Laura Boella nel suo libro Neuroetica. La morale prima della morale, Raffaello Cortina Editore Milano 2008, evidenzia come le immagini di certe aree cerebrali ottenute tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI) e la emissione tomografica di positroni (PET) evidenziano la generale sensibilità a certe reazioni e a specifici avvenimenti che implicano un giudizio in termini di corretta ripartizione delle risorse disponibili e di rispetto delle regole stabilite. Sottoponendo dilemmi etici ad ogni tipo di persona è possibile verificare la profonda similitudine e l’ampia assonanza di reazioni davanti a situazioni che richiedono lealtà o giustizia. In sostanza i sistemi di giustizia si evidenziano come un vero e proprio collante sociale.
Michael S. Gazzaniga  nel suo libro La mente etica, Codice Edizioni  Torino 2006, dimostra come il cervello sinistro sia un grado di dare un senso e di discriminare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. In sostanza sembra esistere una predisposizione genetica a ricercare regole di comportamento che consentono di realizzare lo stesso trattamento tra gli individui e conseguentemente l’equità.
Vittorino Andreoli nel suo libro La norma e la scelta. Un’interpretazione biologica del comportamento etico, Mondadori Milano 1984, evidenzia il  collegamento tra sistema limbico e lobo temporale anteriore e frontale. Questa connessione, esistente a partire da mammiferi superiori come i primati, rende possibile una reazione emozionale a stimoli provenienti dalla corteccia cerebrale che vengono elaborati in relazione a comportamenti che non corrispondono alle attese. Si originerebbero in questo modo i modelli mentali rappresentativi della dicotomia di giusto e sbagliato. Nei primati e nei bambini degli esseri umani questo collegamento cerebrale spiegherebbe le reazioni ancestrale all’ingiustizia e all’iniquità: una sorta di “pseudo-eticità” inscrtta geneticamente nel collegamento tra sistema limbico e lobi frontali e anteriori.
Camilo José Cela Conde e Francisco J. Ayala nel loro libro Il cervello morale. Le chiavi cerebrali dei giudizi etici, Mondadori  Milano 1984, evidenziano il prevalere dei vantaggi della convivenza basata sulla cooperazione e il conseguente rispetto delle “regole di funzionamento” o “regole del gioco”.
Sulla base delle recenti ricerche svolte sul funzionamento della mente umana si è scoperto (anche tramite verifiche sulle interazioni del cervello effettuate in laboratorio con i citati strumenti più sofisticati di “imaging” delle attività cerebrali) che l’intelligenza non è una facoltà singola, ma esistono diverse forme di intelligenza. In particolare, lo scienziato Howard Gardner, già nel 1983, con il suo trattato: “Frames of mind: the theory of multiple intelligences” (Formae Mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza, Feltrinelli Milano 2006) ha dimostrato che l’intelligenza non è una singola facoltà, né una caratteristica generale univoca relativa al ragionamento (limitata al classico QI): si tratta di un insieme interconnesso di diverse facoltà che possono essere isolate e analizzate. Si pensi all’intelligenza sociale, all’intelligenza logico-razionale, all’intelligenza linguistica, all’intelligenza visivo-spaziale, all’intelligenza cinestesico-corporale (tipica di eccellenti sportivi, ballerini, trapezisti), ecc.
Tra le varie forme d’intelligenza è stata rilevata l’intelligenza etica. Si tratta della facoltà correlata ai circuiti cerebrali che presidiano la predisposizione ai comportamenti un grado di distinguere ciò che è giusto da ciò che sbagliato. Questa facoltà si manifesta tramite meccanismi inibitori orientati ad indirizzare le regole di convivenza sociale. Il suo fine è contenere e regolare l’egoismo per rendere possibile la vita sociale. Le interazioni cooperative, infatti, si basano su un patto di reciproco rispetto di norme di comportamento che origina fiducia reciproca. 
L’intelligenza etica è cerebralmente correlata ai lobi frontali e, in particolare, alla corteccia prefrontale che regola gli stimoli emozionali sottostanti. La prima dimostrazione dell’esistenza dell’intelligenza etica risale alla metà dell’Ottocento negli Stati Uniti, quando Phineas Gage, un capo reparto addetto alla costruzione di ferrovie, fu colpito da una barra di ferro che gli attraversò la parte frontale del cervello. L’uomo sopravvisse in modo apparentemente normale a questo terribile incidente. Tuttavia oltre alla perdita dell’occhio sinistro, Gage, da gentile, affidabile ed efficiente, divenne irrequieto, volubile, inaffidabile e anche violento: aveva perso il controllo morale del proprio comportamento. L’osservazione di numerosissimi casi simili avvenuti da allora fino ai giorni nostri (una lesione selettiva della corteccia prefrontale nella porzione ventromediale di entrambi gli emisferi) ha consentito di dimostrare la base cerebrale del comportamento etico. . 

4. I limiti mentali all’equità e trasparenza
I limiti dell’intelligenza etica derivano, ovviamente, non solo da carenze o patologie nei circuiti cerebrali, ma anche dal suo relativamente recente consolidamento filogenetico nei circuiti cerebrali umani. Osservando le comunità umane, infatti, emergono notevoli limiti sulla diffusione e sulla profondità di questa intelligenza che è dialetticamente contrapposta (e spesso soccombente) alle spinte verso l’appagamento prevalente delle pulsioni egoistiche e di sfruttamento. La bramosia illimitata (diffusissima in campo finanziario e politico), la cancellazione dell’empatia, il sopruso sistematico garantito dall’appartenenza a caste protette, il conformismo spietato, il ricatto, la totale deresponsabilizzazione, la cui diffusione è stata dimostrata dall’esperimento condotto nel 1961 da Stanley Milgran sulla cieca obbedienza all’autorità, rappresentano la dimostrazione della diffusione delle facili scorciatoie che consentono di addormentare l’intelligenza etica.
Nel linguaggio delle neuroscienze si tratta di trappole mentali che possono essere spiegate come un diffuso limite al funzionamento mentale, al pari delle altre trappole correlate alle varie intelligenze. Si pensi alla trappola dell’intelligenza sociale che origina le devastanti bolle speculative. Si tratta della conseguenza del diffuso “effetto gregge”, uno dei fondamentali “bias” evidenziati dal premio Nobel per l’economia Daniel Kahneman.
Nelle società umane complesse le regole si traducono in codici morali. Le società di maggior successo risultano quelle che utilizzano efficacemente i codici morali e li condividono diffusamente attraverso l’equità e la trasparenza. Tutto ciò dimostra quanto possano risultare frustrate ed astiose la comunità dove viene negata l’equità e la trasparenza. Questa direttiva dell’Unione Europea può rappresentare, quindi, un’occasione che non deve assolutamente essere perduta per recuperare una parte di coesione sociale tramite il rispetto di alcune regole fondamentali, a tutto vantaggio dell’efficacia organizzativa delle imprese private e pubbliche. Un’occasione importante per non scadere nella solita applicazione formale di carattere burocratico. 

5.    Considerazioni conclusive
In questo quadro la direttiva europea può essere letta come uno strumento istituzionale per rafforzare equità e fiducia nelle organizzazioni. Società e imprese funzionano meglio quando esistono regole chiare e condivise: la trasparenza riduce il sospetto, favorisce la cooperazione e permette alle persone di concentrarsi sugli obiettivi comuni.
La direttiva potrebbe quindi rappresentare uno strumento importante per favorire un cambiamento culturale nella gestione del capitale umano, orientato alla partecipazione e alla condivisione. Ma per evitare di renderla “l’ennesimo adempimento burocratico” sarà necessario recuperare e rivalutare metodologie e strumenti di gestione e sviluppo del capitale umano quali:

  1. i sistemi di analisi e comparazione delle retribuzioni rispetto al mercato e all’equità interna;
  2. la definizione chiara delle posizioni lavorative e delle competenze richieste per ricoprirle;
  3. i sistemi di valutazione delle prestazioni in grado di consentire una reale differenziazione meritocratica delle retribuzioni;
  4. il riconoscimento del contributo dei cosiddetti lavoratori della conoscenza (knowledge workers) attraverso modelli come il pay for competence che, oltre alla prestazione fornita, riconosce il contributo all’incremento delle “competenze organizzative”.;
  5. l’evoluzione dei tradizionali sistemi di gestione delle risorse umane basati sulle tre dimensioni posizione, prestazione e potenziale (3 P), integrandoli con il modello più organico della 4 P che collega le competenze richieste con le competenze possedute. In pratica le esigenze organizzative, che comprendono: Posizione organizzativa e Profilo organizzativo (hard skill e soft skill necessarie); e le risorse personali, che comprendono: Prestazione individuale e Profilo individuale (hard skill e soft skill possedute).

In conclusione, la direttiva sulla trasparenza retributiva rappresenta un’importante opportunità per recuperare la coesione sociale e l’efficacia organizzativa delle imprese. L’esigenza di equità non è solo un principio giuridico moderno, ma un tratto radicato nella storia evolutiva dell’uomo e nelle dinamiche biologiche della cooperazione. Per questo motivo, politiche retributive più trasparenti e giuste non solo possono ridurre le discriminazioni, ma contribuiscono anche a costruire organizzazioni più sane, motivate e produttive, delle quali attualmente vi è un gran bisogno.

 

Gian Carlo Cocco, Presidente della Time to Mind SA, azienda internazionale che gestisce la piattaforma plurilingue www.timetomind.global che offre Assessment online e percorsi di sviluppo per valorizzare le soft skill strategiche.

 

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