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     n. 9 anno 2026

Volevo fare il Viceré

autore, Salvatore Trifirò
recensione a cura di Paolo Iacci

2026, Solferino Editore

Quando si leggono autobiografie scritte da protagonisti della vita professionale italiana il rischio è spesso quello di trovarsi davanti a un semplice memoriale di carriera. Salvatore Trifirò, avvocato milanese tra i più noti nel campo del diritto del lavoro, evita invece questa trappola nel suo libro, Volevo fare il viceré, costruendo un racconto che è insieme memoria personale, affresco sociale e riflessione su una stagione decisiva della storia italiana.

Il titolo incuriosisce e, al tempo stesso, allude con ironia alle aspirazioni dell’infanzia. Come spesso accade nei ricordi di gioventù, il desiderio evocato nel titolo non è tanto un progetto reale quanto un modo per raccontare l’ampiezza delle ambizioni e dei sogni di un ragazzo cresciuto in un contesto lontano dai grandi centri del potere economico e culturale. Da qui prende avvio il percorso narrativo che attraversa gran parte del Novecento italiano.

Le prime pagine conducono il lettore nella Sicilia dell’infanzia, un mondo fatto di relazioni di vicinato, di educazione scolastica e religiosa, di giochi all’aperto e di piccole ritualità quotidiane. Trifirò rievoca quel periodo con uno sguardo affettuoso ma mai indulgente, restituendo il senso di una società ancora profondamente legata alle tradizioni. In questo scenario prende forma la figura del giovane “Sabbatureddu”, soprannome che ritorna più volte nel libro e che diventa quasi il simbolo della distanza tra il bambino di allora e l’avvocato affermato di oggi.

Il passaggio decisivo avviene a metà degli anni Cinquanta, quando il protagonista lascia il Sud per dirigersi verso Milano. Il viaggio in treno verso il Nord assume nel libro un valore simbolico molto forte: non è soltanto il trasferimento di un giovane in cerca di opportunità, ma rappresenta una delle tante storie di mobilità interna che hanno accompagnato la trasformazione economica e sociale dell’Italia nel dopoguerra. Milano appare come il luogo in cui l’energia e l’ambizione trovano finalmente uno spazio di realizzazione.

Nel corso del racconto la dimensione privata si intreccia progressivamente con quella pubblica. La crescita professionale di Trifirò si colloca infatti dentro un periodo complesso della storia nazionale, segnato da tensioni politiche, conflitti sociali e violenze. Tra gli episodi più drammatici ricordati nel libro vi sono anche i due attentati terroristici che lo coinvolsero direttamente durante gli anni di piombo. Il fatto che l’autore abbia attraversato quelle vicende senza rinunciare alla fiducia nello Stato di diritto conferisce al racconto una dimensione civile che va oltre la semplice autobiografia.

Proprio questo equilibrio tra memoria individuale e contesto storico rappresenta uno degli aspetti più interessanti del libro. Trifirò non si limita a raccontare se stesso, ma utilizza la propria esperienza come punto di osservazione privilegiato su un’Italia che cambia: l’Italia delle migrazioni interne, dell’espansione economica del Nord, della crescita delle professioni e delle trasformazioni del lavoro.

Dal punto di vista stilistico il libro sceglie una forma narrativa lineare, volutamente priva di artifici. L’autore privilegia l’episodio concreto, il ricordo vivido, la scena ricostruita con pochi tratti essenziali. Questa scelta rende la lettura scorrevole e restituisce la sensazione di una lunga conversazione con il lettore, quasi come se le pagine nascessero dal desiderio di condividere una storia prima ancora che di costruire un’autobiografia strutturata.

Ne emerge così un racconto che parla di determinazione personale ma anche di mobilità sociale, di coraggio nelle scelte e di fiducia nelle istituzioni. Senza indulgere alla celebrazione autobiografica, Volevo fare il viceré restituisce il percorso di un uomo che ha attraversato alcune delle stagioni più complesse della storia recente italiana mantenendo come bussola il valore del diritto e del lavoro.

In definitiva il libro di Salvatore Trifirò si legge come il racconto di un itinerario umano prima ancora che professionale. È la storia di un ragazzo partito dal Sud che trova a Milano lo spazio per realizzare le proprie ambizioni, ma è anche la testimonianza di un Paese che, tra difficoltà e contraddizioni, ha saputo offrire a molti la possibilità di costruire il proprio futuro. Proprio in questa dimensione, sospesa tra memoria privata e storia collettiva, risiede il fascino discreto di un libro che non pretende di spiegare l’Italia, ma che finisce per raccontarne un frammento significativo.

 

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