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     n. 19 anno 2022

Le fasi della vita

di Paolo Iacci

di Paolo Iacci

La vita potrebbe essere divisa in tre fasi:
Rivoluzione, Riflessione e Televisione.
Si comincia con il voler cambiare il mondo e si finisce con il cambiare i canali.

La battuta, di Luciano De Crescenzo, allude a un tema centrale nella vita di ognuno di noi, le diverse fasi che inevitabilmente attraversiamo con il passare del tempo e lo svilupparsi delle esperienze. Moltissimi gli autori che hanno scritto pagine fondamentali al riguardo. Io vi vorrei offrire una sintesi molto chiara di Wolfang Roth che, nel suo Incontrare Jung (Magi Editore), le racconta così:

“L’infanzia, l’adolescenza, l’età media, la maturità e infine la «saggezza» e l’approssimarsi della morte sono cinque fasi fondamentali che hanno bisogno di forze archetipiche specifiche per la loro realizzazione. Il compito principale nell’infanzia consiste nel fare i primi passi verso un Io stabile, ovvero di differenziare in senso junghiano il complesso dell’Io. Poiché l’Io, con le funzioni della coscienza, nasce dalla matrice originaria dell’inconscio collettivo e può essere dunque concepito come una «propaggine» del Sé, all’archetipo del Sé spetta qui un ruolo decisivo. Nell’interazione con i genitori si attivano le strutture archetipiche che corrispondono all’elemento materno e paterno. Qui si origina il compito evolutivo del distacco e della differenziazione rispetto ai complessi genitoriali.
Questo processo si prolunga nell’adolescenza. Nella fase del distacco dai genitori e del raggiungimento dell’autonomia, è soprattutto l’archetipo dell’eroe ad acquistare un significato particolare. L’esplorazione e la conquista del mondo risalgono prevalentemente a quelle esperienze «eroiche» che nella storia dell’uomo sono state raccolte e, per così dire, «archetipicamente archiviate» in innumerevoli variazioni. Anche gli archetipi centrali del femminile e del maschile, l’Anima e l’Animus, si presentano nell’adolescenza all’uscita dalla fase di latenza e vengono esperiti proiettivamente nei primi innamoramenti.
Nella prima età adulta, che abbraccia all’incirca il periodo tra i 25 e i 40 anni, l’archetipo dell’eroe è ancora importante, ma stavolta si tratta della capacità di imporsi e del superamento della realtà nei confronti di molteplici resistenze e pericoli disseminati lungo la strada che porta all’identità personale e professionale. Nell’archetipo dell’eroe sono presenti le capacità necessarie per potere resistere al risucchio della regressione, ovvero l’«essere nuovamente inghiottiti» dall’elemento materno e, più in generale, dall’inconscio. Contemporaneamente viene raggiunta una fase di vita in cui può delinearsi una svolta fondamentale dall’estroversione prevalente, fino ad allora necessaria, all’introversione.
L’età adulta intermedia, che va all’incirca dal quarantesimo al cinquantacinquesimo anno di vita, va intesa come un «superamento dello zenit», come un volgersi definitivo verso la seconda metà della vita. In questa fase si costella in modo particolarmente frequente l’archetipo del Fanciullo «divino», che si riflette, per esempio, in sogni di bambini. In tal modo si riattiva e si rigenera il «fanciullo inferiore» con le sue doti creative e spirituali. Si possono così scoprire e stabilire nuovi compiti di vita e una nuova ricerca di senso.
Questo processo prosegue nell’età adulta successiva (maturità), che va all’incirca dai 55 ai 75 anni. Con l’approssimarsi della «saggezza» possono schiudersi nuove libertà rispetto ai ruoli predefiniti. Può attuarsi, grazie a un atteggiamento di introversione, uno sguardo retrospettivo sulla vita condotta fino a quel momento e può prodursi un legame con la «totalità». L’archetipo del «Vecchio saggio» ha qui un compito centrale. Il confronto e l’integrazione dei temi della «saggezza» non soltanto si uniscono allo sguardo retrospettivo e alla ricerca approfondita del senso della vita, ma sono caratterizzati allo stesso tempo dal senso di una separazione prossima, dunque dall’approssimarsi della morte.
Verso la fine della vita, questo processo può essere caratterizzato da un’ulteriore e più profonda introversione, nella quale si perviene anche a un’«organizzazione rovesciata» delle funzioni dell’Io, che trova la sua espressione nell’indebolimento e nella perdita. In questa fase di allentamento e di addii, dunque di disposizione a morire, l’archetipo della morte, che si può esprimere simbolicamente, per esempio con l’immagine del barcaiolo, ha un significato particolare”.
Anche per chi non dovesse amare i riferimenti alla psicologia junghiana, credo che il breve passo possa offrire molti stimoli di riflessione. Sono evidenti a tutti i tentativi coatti fatti da molte persone di mezza età, di ambo i sessi, per restare giovani, le preoccupazioni ipocondriache per la salute e l’aspetto, la comparsa della promiscuità sessuale con lo scopo di dimostrare giovinezza e potenza, l’incapacità di godersi realmente la vita. Sono tutti tentativi di vincere una gara contro il tempo. Ma chi perde è sempre il soggetto. Vi è un impoverimento della vita emotiva e una discrasia nella vita relazionale.

In questa rivista online siamo abituati a parlare solo di lavoro, ma anche la dimensione professionale si deve inquadrare in una più ampia disamina delle fasi di vita in cui ognuno di noi si trova nel corso del suo percorso esistenziale. Non c’è un momento per lavorare e un momento per vivere. In quest’ultimo periodo si parla molto di YOLO ("you only live once"). Di una visione, cioè, in cui al primo posto viene la considerazione che “si vive una volta sola”. Filosofia che presentifica la morte e, in nome di questa, vorrebbe esaltare il desiderio e la necessità di una vita piena, da vivere subito. Ma proprio per vivere con pienezza la propria vita, questa deve contenere ogni elemento che ci rende adulti in grado di vivere tra pari in una società complessa. Ciò è possibile solo evitando ogni cesura tra un versante personale, più intimo e affettivo, ed un altro più pubblico, d’interazione sociale e quindi anche professionale. I due ambiti sono sempre intimamente connessi. L’uno sorregge l’altro, in un continuo rimando che costruisce e definisce l’identità dell’individuo. Molte volte il lavoro scandisce il tempo, ma ognuno di noi dovrebbe cercare la propria strada, rifuggendo , per quanto possibile, dai tempi di una società legata in modo eccessivo alla performance. La cultura del bel lavoro rifugge l’ozio, ma parimenti detesta il lavoro fine a se stesso. E ognuno di noi ha il diritto/dovere di svolgere un lavoro di cui poter essere fiero.

 

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