hronline
     n. 22 anno 2020

Contro Canto n. 124 (stimoli da 765 a 772)

di Massimo Ferrario

# COLLABORATORI, l'insegnamento dei pesci pagliaccio (765)
I pesci pagliaccio, caratteristici delle barriere coralline, sono pesciolini dai colori accesi che vivono in gruppi di una mezza dozzina di esemplari fra i tentacoli degli anemoni. I tentacoli sono velenosi per le altre specie, ma non per il pesce pagliaccio che prospera nutrendosi di plancton nonché delle feci dell'anemone. Uscire dal suo riparo per nuotare in acque aperte comporta un rischio molto elevato di essere divorato dai predatori.
Dunque l'unica speranza di un pesce pagliaccio appena nato è di essere accolto come ‘junior partner' all'interno della gerarchia dell'anemone più vicino. Per non essere scacciato, il nuovo arrivato cerca di apparire piccolo e innocuo. La manovra funziona e il pesce pagliaccio la trasforma in una strategia di carriera. A ogni livello della gerarchia sta bene attento a non crescere oltre l'80% delle dimensioni dell'individuo al gradino immediatamente superiore. In questo modo, senza cercare di elevare la sua posizione e senza mai minacciare il capo, il pesce pagliaccio si assicura la sopravvivenza un giorno dopo l'altro.
(Richard CONNIFF, giornalista e scrittore statunitense, Chi è seduto sulla sedia del capo?, 2005, Sperling & Kupfer, Milano, 2006).

# CONCENTRAZIONE, non sempre aiuta (766)
Quando entrano nella gabbia di un leone, gli addestratori esperti portano con sé uno sgabello. Perché uno sgabello? Perché addomestica l'animale meglio di qualsiasi altra cosa, eccezion fatta forse per un proiettile narcotizzante. Quando l'uomo tiene lo sgabello con le gambe dirette contro il leone, questi cerca di focalizzare la vista contemporaneamente sulle quattro gambe. Così, si paralizza. La concentrazione frammentata lavora contro i nostri interessi.
(John C. MAXWELL, 1947, formatore, speaker, pastore e consulente di management, statunitense, Le 21 qualità indispensabili del leader, 1999, Gribaudi, Milano, 2004).

# CONVINTI E DUBBIOSI, un ossimoro del coraggio (767)
L'apparente contraddizione è che dobbiamo essere pienamente impegnati, ma anche essere consapevoli, nello stesso tempo, del fatto che potremmo sbagliarci. Questa relazione dialettica tra convinzione e dubbio è caratteristica delle forme più elevate di coraggio, e sbugiarda le definizioni semplicistiche che identificano il coraggio con la mera crescita (...) L'impegno è salutare al massimo quando non è privo di dubbi, ma si determina nonostante i dubbi.
(Rollo MAY, 1909-1994, psicologo esistenzialista e psicoterapeuta statunitense, The Courage to Create, Bantham Books, New York, 1975, citato da Richard Normann, Ridisegnare l'impresa. Quando la mappa cambia il paesaggio, 2001, Etas, Milano, 2002).

# COOPERARE, è anche una ‘sana' competizione (768)
Io non so se si possa dire che esiste una insofferenza nello stare insieme.
Da un lato gli studi degli ultimi decenni dimostrano che esistono in noi delle tendenze spontanee e istintive di tipo pro-sociale, a stare con gli altri, a fare cose con gli altri, a cooperare e qualche volta anche ad esser altruisti. Da un altro lato esistono in noi anche delle problematiche di tipo competitivo, queste problematiche di tipo competitivo noi le viviamo soprattutto nelle forme che assumono nel nostro vivere sociale e ovviamente sono molto diverse a seconda dei diversi contesti sociali.
Negli ambiti di lavoro esistono forme di competizione che non sempre sono sane ma che anzi a volte degenerano in mobbing, in situazioni di discriminazione anche odiose.
Francamente, credo che il non voler stare insieme non abbia tanto una radice istintuale, quanto piuttosto una radice prevalentemente sociale. Le forme della competizione interpersonale non sempre prendono i canali di una competizione sana. Naturalmente è difficile dire dov'è la competizione più sana e dov'è la competizione meno sana, ma potremmo dire che la competizione fra le persone all'interno di una certa struttura di lavoro è più sana quando è competizione per merito ed è meno sana quando è competizione per altre linee e criteri che non riguardano il merito personale.
(Giovanni JERVIS, 1933-2009, medico e psichiatra, intervistato da Raffaele Felaco, ‘La Professione di Psicologo', giugno 2008).

# CULTURA, non è un magazzino di pensieri (769)
La cultura di per sé non garantisce intelligenza, tutto dipende da come usiamo le nostre conoscenze. Se accumuliamo nel cervello nozioni per il piacere narcisistico di esibirle o se facciamo di queste le nostre certezze assolute, l'orizzonte intellettuale si restringe anziché espandersi. La cultura è un arricchimento se ci stimola a pensare con la nostra testa, altrimenti il cervello diventa un magazzino pieno di pensieri di ‘seconda mano'.
(Vittorio CAPRIOGLIO, psicoterapeuta, a cura di, L'intelligenza: una lampada da accendere, ‘Riza psicosomatica', marzo 2004).

# INTELLIGENZA, quella sociale è soprattutto istinto (770)
[D: Dottor Goleman, lei parla dell'infermiera che conforta i pazienti con un solo gesto come del diplomatico che sa sciogliere la tensione con una sola parola. Ma in cosa si differenzia questo tipo d'intelligenza da quella emotiva?]
Rispondo con un episodio realmente accaduto. All'inizio della guerra in Iraq, alcuni soldati americani arrivarono in un villaggio per distribuire aiuti. Non conoscevano la lingua e si trovarono accerchiati da una folla minacciosa, preoccupata che fossero lì per arrestare il loro capo spirituale. Il comandante del plotone, colonnello Christopher Hughes, ordinò ai suoi uomini di inginocchiarsi, puntare i fucili a terra e sorridere. Molti abitanti risposero sorridendo e quando Hughes diede ordine ai suoi uomini di indietreggiare continuando a sorridere, alcuni si spinsero a dare pacche affettuose sulle spalle ai soldati. La decisione che salvò la vita a quel plotone non fu il risultato di una riflessione conscia, ma il riflettersi di una percezione sociale. In quella situazione, il colonnello Hughes fu abile nel ‘leggere' il grado di ostilità della folla, intuire il modo per calmarla, scommettere sulla fiducia in lui e la disciplina dei soldati. E tradurre tutto ciò in un gesto immediato che superasse le barriere della lingua e della cultura. Ciò che guidò la decisione del comandante fu l'istinto, che attivò i circuiti neurologici che si usano in situazioni di pericolo.
[D: La novità del suoi studi sta nel considerare il cervello un organo sociale?]
Esatto. E rispetto all'intelligenza emotiva, focalizzata sull'autocoscienza e la capacità di gestire le emozioni individuali, l'intelligenza sociale enfatizza la rapidità nell'elaborare intuitivamente segnali non verbali interpersonali. Il cervello sociale potrebbe essere descritto come un insieme di reti neurologiche che ‘sincronizzano' le nostre relazioni con altri esseri.
(Daniel GOLEMAN, psicologo statunitense, intervistato da Gloria Mattioni, ‘D la Repubblica delle Donne', 3 novembre 2007).

# DURO MA ADULTO, liberare l'uomo dall'ingiustizia (771)
Duro, ma adulto sarebbe riconoscere che la condizione dell'uomo, appeso tra vita e morte, questo suo dato biologico, astorico, il residuo indistruttibile di individualità della sua sofferenza, è il limite oscuro che incontra, al limite del suo cammino, una emancipazione politica: la cui forma e missione non sta nel restituire l'uomo alla felicità, ma soltanto (soltanto!) liberarlo dalla intollerabilità della ingiustizia.
(Rossana ROSSANDA, 1924-2020, politica, co-fondatrice di 'il manifesto', da Anche per me, Feltrinelli, 1987, citata da Lea Melandri, Cara Rossana, ti dico addio con le tue parole, 'il manifesto', 22 settembre 2020, e in ‘Mixtura', 23 settembre 2020

# BELLO È OGNI TANTO, smettere e cambiare (772)
Bello è ogni tanto smettere e cambiare, perfino del dolce miele viene fastidio.
(PINDARO, 518 a.C.-438 a.C., poeta greco antico, citato da Claudio Lamparelli, L'arte della serenità, Mondadori, 1997)

Massimo Ferrario, consulente di formazione e di sviluppo organizzativo, responsabile di Dia-Logos  

 

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