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     n. 19 anno 2020

Millennials vs Gen X

di Laura Carbone

Uffici, moderni open-spaces dove nel 2020 siedono fianco a fianco 5 generazioni differenti, dai cinquantenni agli Young Millennials, ognuna con la propria visione della vita e del lavoro.
Mondi profondamente diversi, costretti a produrre, a essere efficienti, o semplicemente a convivere per otto ore ogni giorno.
La grande sfida di ogni manager sarà di adattare il proprio modello di leadership, garantendo motivazione e massimo rendimento a team composti da individui di generazioni così differenti.

Da una parte chi ha iniziato a lavorare negli anni '90, come me.
A quei tempi non era facile fare di testa mia: i miei non erano tra i pochi genitori "illuminati e visionari", pronti a stimolare i figli a trasformare la propria passione in lavoro.
A vent'anni ho subito un bel pressing dai miei affinché scegliessi l'unico (per loro) possibile obiettivo occupazionale: un bel lavoro impiegatizio con stipendio sicuro, possibilmente in una banca.
Allora dovevo ubbidire a ordini severi riguardo, per esempio, agli orari di rientro serale, per me assurdi. Non possedevo un cellulare, e l'unico telefono a mia disposizione era quello fisso di casa, e manco a dirlo, il suo uso era sottoposto a orari e regole militari.
Certo i miei erano piuttosto severi, ma non li biasimo: funzionava così in molte altre famiglie.
Impossibilitata a pagarmi un affitto, ascoltavo più volte al giorno frasi del tipo: "Finché vivi sotto questo tetto, fai quello che dico io!". Punto. Zitta e mosca. Fine della conversazione.
Non c'erano discussioni democratiche, comunicazione efficace, decisioni condivise, leadership orizzontale, resilienza, ecc., e a dire il vero questi strumenti erano sconosciuti anche a scuola.

Unica soluzione: emanciparmi e fuggire. Per questo partecipo al concorso per entrare in una banca, vedo lo stipendio base che mi propongono, e accetto di corsa l'impiego tanto desiderato (dai miei), solo perché mi permette finalmente di essere libera, non solo di uscire e telefonare a volontà.
Allora decido di puntare al benessere economico, certa che ciò mi porterà anche al benessere emotivo.
Giorno dopo giorno, anno dopo anno, la legittimazione sociale derivante dal lavoro, l'accredito ogni 27 del mese, e il miraggio della pensione in un futuro sempre più lontano, mi inducono pian piano ad abbandonare l'idealismo, la necessità di comprendere logiche e dinamiche aziendali, e in parte anche l'etica.
Per molti anni mi limito, come molti miei colleghi, tirare avanti, a lamentarmi senza cercare alternative, a pensare che è giusto così, anche perché - senza stipendio fisso - come potrei mantenere il mio tenore di vita? Insomma imparo a smettere di chiedermi se sono davvero libera.

Dall'altra parte un ragazzo di 20 anni.
Per lui non è obbligatorio avere obiettivi lavorativi a medio e lungo termine: il brevissimo, basta e avanza, altro che pensione.
Per lui, forse, non è scontato dover obbedire a logiche e dinamiche aziendali basate sul concetto di gerarchia, anche perché magari già a scuola ha, senza conseguenze, discusso e sminuito l'autorevolezza di qualche professore, e questo ha limitato le sue capacità di autocritica o self-awarness, come va di moda dire ora.
Per lui, forse, "emanciparsi" non è imprescindibile come lo era per me quando volevo tornare tardi e comunicare a volontà: lui probabilmente non ha limiti di orario o regole marziali alle quali sottostare senza poter discutere, ed è connesso a chi e cosa vuole 24/7 con giga illimitati.
Per lui, forse, il concetto di meritocrazia è un tantino astratto: i suoi "benefit" sono diritti acquisiti per il solo fatto di essere nato e cresciuto nell'era post moderna.
Per lui, forse, svegliarsi all'alba ogni mattina, andare al lavoro e tornare tardi la sera non ha nulla di eroico, anzi è un supplizio inutile visto che c'è chi guadagna il necessario per vivere diventando reseller di Amazon, gestendo pagine Facebook o pubblicando video su Internet.
Per lui, forse, abituato al "tutto e subito", all'immediatezza del risultato che gli mostrano gli infuencer con i quali è cresciuto, è dura immaginarsi aspettando anni una promozione o un aumento di stipendio.
Per lui, forse, non è difficile ridimensionare le proprie esigenze economiche se qualche mese non racimola quanto prevede: d'altra parte non ha rate da pagare perché alla sua età l'accesso al credito è un miraggio, visto che difficilmente gli concederanno un mutuo o un finanziamento.
Per lui, forse, è inconcepibile digerire e metabolizzare che il suo capo voglia che sia fatta la sua volontà e punto.
Per lui, forse, è inammissibile resistere in un'azienda dove si teme l'innovazione e si fatica a cambiare strategia.
Per lui, forse, il posto fisso è un freno a mano alla creatività: lo considera ormai "game over", anche a causa delle risicate possibilità occupazionali.
E come dargli torto: tutti sappiamo che lo stipendio di un neo-assunto in una banca oggi è da fame se paragonato al mio nel 1995, e di certo non è facile che ora ti sparino sulla scrivania un contratto a tempo indeterminato, magari in una solida multinazionale e a 2 passi da casa.
Per lui, forse, muoversi e trasferirsi per cercare opportunità non è uno spauracchio, anzi.
Se non sopporta quello che lo obbligano a svolgere al lavoro, forse, non pensa di restarci neppure una settimana: è, e si sente, libero di cambiare.

In poche parole un ragazzo di 20 anni, probabilmente non teme affatto la precarietà che molti individui della mia generazione, ovvero quella dei suoi genitori, trovano spaventosa e angosciante.
Come possono coesistere e integrarsi nel lavoro due pensieri cosi differenti?
Come possono giovani e attempati vicini di scrivania aiutarsi a esaltare i reciproci talenti, le proprie basi esperienziali e visioni sul futuro?

Da una parte i cinquantenni: la loro preziosa esperienza e il loro know how, la loro affidabilità e dedizione al lavoro, che viaggiano a braccetto con il rischio di irrigidirsi, di rifiutare nuove idee per arrendersi a rassicuranti vecchie abitudini, e la loro paura di diventare obsoleti, poi esodati o rottamati.

Dall'altra i ventenni: la loro freschezza, il loro spirito di adattamento a situazioni in rapida evoluzione, legato a doppio filo con il rischio di diventare evanescenti, di arrendersi al dover dipendere da altri, o alla strafottenza che, forse, è solo paura di mettere i piedi per terra e assumersi responsabilità.

A pensarci bene questi due mondi sono perfettamente complementari.
Immagino uno scenario idilliaco, dove un gran numero di Millennials imparano da chi ha più esperienza a ottimizzare i propri talenti, crearsi un futuro sostenibile e coerente con i propri valori, a cambiare idea, e - se serve - a ricominciare da capo senza deprimersi dopo un insuccesso.

E immagino altrettanti ultra cinquantenni capaci di diventare dei Mentor impagabili per molti giovanissimi figli, colleghi o collaboratori: donne e uomini "maturi", disposti a dispensare consigli senza salire in cattedra, a imparare nuove e impensabili tecnologie e approcci gestionali, capaci di seguire e supportare con entusiasmo eserciti di ventenni nel loro processo di crescita personale e professionale.

Perché un futuro come questo non sia utopistico, sono necessarie umiltà e indulgenza da entrambe le parti: ogni attore di questa scena deve accettare, senza giudicare, le reciproche caratteristiche distintive, e deve essere disposto a imparare e insegnare con grande rispetto.

Questa è la vera sfida, perché l'essere umano, a qualunque età, spesso trova difficile coltivare l'empatia, l'ascolto attivo; per molti non è facile eliminare preconcetti, credenze negative e generalizzazioni profondamente radicate.
Più o meno giovani che siamo, è tristemente arduo per noi dare sincere possibilità al prossimo, accettare che non ci sia solo un modo (il nostro) di agire, aprire la nostra mente e il nostro cuore a nuove soluzioni e emozioni alle quali da soli non potremmo arrivare.

A un cinquantenne che dalla nascita ha tatuato nel cervello un invisibile universo di doveri, servono dosi da cavallo di flessibilità per non incasellare come "pischelletto viziato incapace di intendere il sacrificio" un Millennial che improvvisamente prende posto alla scrivania accanto a lui, e sfoggia incomprensibili vistosi ben altri tatuaggi sulla pelle.
A un Millennial servono le stesse massicce quantità di umiltà e tolleranza per non bollare come "matusa retrogrado dalle logiche stantie e il cervello atrofizzato" il suo attempato e incravattato dirimpettaio in ufficio.

Certo, per noi più o meno cinquantenni è dura non paragonare la nostra vita passata a quella che i Millennials stanno vivendo oggi.
Ci hanno inculcato regole e modelli socio-economici dai quali solo in pochi miei coetanei sono in grado di sganciarsi: dobbiamo sforzarci di non propinarli a chi ora cresce e si muove in una realtà lontanissima da quella da noi vissuta trent'anni fa.
Insistere nel voler assoggettare questi ragazzi alle nostre vecchie regole li farà scappare sempre più da noi; comparare le loro aspirazioni, i loro comportamenti e le loro storie con un passato remoto e irripetibile, genererà in noi aspettative irraggiungibili e ingiuste.

Credo che aiutare i Millennials a costruirsi una strada sostenibile, etica e il più possibile aderente alle proprie inclinazioni è un dovere morale per chi ha la mia età.
Forse con alcuni di questi ragazzi non sarà facile costruire rapporti e realzioni win - win, ma certo molti di loro saranno ricettivi e disposti a crescere, anche grazie a un Mentor con esperienza da vendere, capace di regalarla ritrovando l'entusiasmo dei suoi vent'anni.

Credo che aiutare i cinquantenni a innovare (e innovarsi) sia un dovere morale per i Millennials.
Forse con alcuni di questi uomini e donne maturi non sarà facile trovare "finestre comunicative" nelle quali proporre e perseguire obiettivi aderenti con l'attuale realtà, ma certo molti di loro hanno solo seppellito in fondo al cuore la curiosità e l'intraprendenza dei vent'anni, e sono disposti a riesumarle, anche grazie a un Mentor che li guidi con pazienza all'apprendimento di nuovi strumenti.

Chi riesce a guadagnare il necessario facendo quello che più lo realizza come persona, avrà la grande fortuna di non dover lavorare un solo giorno: l'ho scoperto a quarant'anni suonati.
Da sola ho impiegato quasi tutta la mia vita a capire cosa davvero mi fa battere il cuore, quale sia la mia vera missione, e finalmente, a essere libera; se a vent'anni avessi avuto un Mentor disposto ad accompagnarmi in questo percorso, avrei acquisito prima e meglio questa consapevolezza, risparmiandomi anni di tormenti.
Diventare un Mentor per qualcuno, riuscire a insegnare e contemporaneamente imparare, sviluppando una mutua e sincera gratitudine, è un'esperienza meravigliosa, capace di accrescere entrambi i soggetti coinvolti in modo impagabile.

Per vincere la sfida del 2020 qualche leader forse si vedrà davanti a un dilemma: meglio contrattare una persona con buone soft skills e insegnargli le hard skills, o viceversa?

Io immagino leader capaci di vincere la sfida accompagnando i membri del proprio team in straordinari percorsi di crescita personale e professionale, aiutando ognuno di loro a diventare un Mentor per i propri colleghi.

 

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