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     n. 3 anno 2019

Le parole della cura

Autore: Umberto Curi
recensione, Andrea Castiello d’Antonio

Raffaello Cortina, 2018. Pp 144, Euro 16,00.

Questo è un libro che apre un'infinità di orizzonti mentali e che aiuta a riflettere sulle molteplici attività professionali in cui sia presente il tema del "prendersi cura dell'altro/a".
Nello specifico delle attività che sono svolte nel mondo del lavoro per la "cura delle persone", è soprattutto il Coaching e il Counseling Organizzativo che possono beneficiare degli spunti tratti da queste dense pagine scritte da un noto esponente del pensiero filosofico italiano. Umberto Curi è professore emerito di Storia della filosofia presso l'Università degli Studi di Padova, e visiting professor presso le Università della California (Los Angeles) e di Boston. Tra i suoi numerosi saggi possiamo ricordare La forza dello sguardo (Bollati Boringhieri, 2004), Straniero (2010), Passione (2013) e Endiadi. Figure della duplicità (2015), questi ultimi tre pubblicati da Raffaello Cortina.
Il libro ha il suo fulcro nel rapporto tra medicina e filosofia, prendendo le mosse da una serie di constatazioni che ruotano intorno all'idea che la medicina - lungi dall'essere Scienza Medica - può tuttalpiù essere vista come una "pratica", un insieme di tecniche che sono fondate su alcuni "saperi". Sarebbe sufficiente questo concetto per assegnare al libro un posto di rilievo nei pensieri non solo dei medici ma anche degli psicologi, così spesso "accusati" di non poter affermare di essere esponenti di una "scienza", nel senso di una "scienza esatta" come sono la matematica e la fisica. Si tratta di un aspetto rilevante giacché tutte le attività della psicologia professionale (non solo quelle "cliniche") possono essere aspramente criticate e in certa misura demolite o depotenziate in base a tale assunto. Eppure, la psicologia, e con essa ogni aspetto della psicologia cosiddetta "applicata", quindi anche quella applicata al lavoro umano, è in buona compagnia: con la medicina condivide lo status di scienza debole, non matematizzante o matematizzata. Una condizione che emerge ogni volta che ci si debba applicare all'essere umano in quanto oggetto-soggetto di studio e, quindi, di valutazione, diagnosi, assessment, come ho mostrato nel mio articolo "Diagnosi di personalità e rispecchiamento del soggetto" (Giornale Italiano di Psicologia, Vol. XXXII, N. 4, pp. 861-870, 2005).
Pertanto, il testo di Curi risulta essere intrigante ed affascinante, forse anche consolatorio per molti colleghi psicologi che vedono loro stessi come esponenti di una fragile soft science. Tra i molti aspetti interessanti vi sono le pagine dedicate all'etimologia, lì ove si apprende che alla base di termini come "medico" e "medicina" vi è il prendersi cura dell'altro, il relazionarsi con l'altro. Non a caso antichi esponenti del pensiero medico consideravano bravo medico solo colui che era anche bravo filosofo, e ciò (anche) al fine di non far scadere la medicina in una prassi guidata dal denaro, oppure in ciò che è stata definita un'attività di spaccio di farmaci. Ma le riflessioni di Umberto Curi chiamano in causa tutti coloro che - occupandosi di "risorse umane" - devono, o dovrebbero prendersi cura delle persone-al-lavoro: in primis i responsabili della gestione e dello sviluppo del capitale umano, vale a dire le persone che sono poste all'apice di quella piramide organizzativa che rende così spesso la Direzione del Personale un'entità temibile e temuta, un'entità che da un lato gestisce per eccezioni e dall'altro lo fa in base a parametri e standard apparentemente pietrificati che appiattiscono il variegato mondo del cosiddetto personale.
La domanda che talvolta ci si pone è relativa al reale ed autentico interesse che persone (uomini e donne) collocate ai vertici dell'Human Resources Department nutrono per gli esseri umani di cui dovrebbero occuparsi. Personalmente, troppe volte ho incontrato altisonanti manager del personale del tutto disinteressati al destino delle persone che lavoravano nella loro organizzazione... Se, dunque, gestire le persone nel mondo del lavoro non è un'attività propriamente di "cura" (intesa in senso "medico", o più ampiamente "clinico"), nondimeno lo è se si vuole assegnare a questa dimensione il valore vero ed etico di interessarsi autenticamente - ed occuparsi pragmaticamente - del bene del nostro simile. Ciò dovrebbe anche comportare l'impegno, da parte del responsabile del personale di nuovo insediamento, volto ad evitare di distruggere ciò che nelle organizzazioni è stato fatto in precedenza soltanto per l'esigenza (per così dire) di marcare un "nuovo inizio" nella gestione del capitale umano; così come abbandonare quella sorta di "orgoglio organizzativo" che rende tante realtà di fatto inavvicinabili sulla base della convinzione che nulla e nessuno, dall'esterno, possa comprenderne davvero il valore (su questi argomenti v. il mio articolo "Due modesti consigli al Direttore del Personale", pubblicato in Direzione del Personale, Volume 151, N. 4, pp. 34-36).