HR OnLine n. 17 anno 2014

Il lavoro in quarta dimensione

di Antonio M. Orazi [ amorazi@amorazi.it ]

Oltre le 3 dimensioni spaziali, lunghezza, larghezza e profondità, esiste una quarta dimensione: il tempo, che integra il costrutto unico dell'universo, a seguito della teoria della relatività ristretta, che stabilisce una equivalenza tra lo spazio e il tempo.

Sappiamo bene che, al di fuori della curvatura spazio-temporale, il tempo è nello stesso tempo qualcosa di oggettivo-convenzionale e di soggettivo-emozionale: sappiamo bene quanto può essere lungo il tempo di una attesa angosciosa e quanto può essere breve il tempo di una esperienza felice; sappiamo bene quanto può essere lento il tempo della crescita da giovani e quanto può essere veloce il tempo della decadenza da vecchi.

Sappiamo anche che trascorreva pacatamente il tempo dei nostri progenitori, nell'epoca preindustriale, mentre trascorre affannosamente il tempo nostro, nell'epoca postindustriale. Eppure molte cose si facevano egualmente e si facevano anche meglio.

Ci è stato spiegato che sul nastro della storia c'è stata come una continua accelerazione, quasi una rincorsa progressiva, anche se non costante, per balzi in avanti (?), sempre più avanti, in quella che è divenuta quasi una mistica del progresso e della crescita.

E si era persino ipotizzato, in tempi non troppo remoti, che il lavoro, in tutto questo contesto progressivo e crescente, sarebbe divenuto sempre più leggero e il suo tempo si sarebbe ridotto ai minimi termini, con il trionfo della civiltà delle macchine.

Purtroppo non si era tenuto conto, da un lato, che il demone delle macchine scatenato dall'avidità degli uomini poteva riuscire a produrre più di quanto fosse possibile consumare e, dall'altro lato, che la continua crescita della popolazione del mondo poteva rendere la semplice manodopera più conveniente della più efficiente macchina.

Nello stesso tempo il trionfo della civiltà delle macchine richiede sempre meno addetti sempre più qualificati e sempre più addetti sempre meno qualificati, sia all'interno del sistema della produzione in senso stretto che nell'ambito dei servizi connessi o dei servizi alle persone.

Inoltre il tracollo della logica della produzione industriale, come produzione in serie e di massa, sta portando alla rinascita della produzione artigianale, di piccola serie o di pezzi unici.

Così ci ritroviamo in un contesto schizofrenico in cui, di là da una nuova mistica millenaristica della c.d. decrescita felice, oltre la mistica catastrofistica della tutela ambientale, siamo portati nello stesso tempo a voler produrre di più, a dover lavorare di più, per poter guadagnare di più e, così, mantenere il tenore di vita e di consumo a cui ci siamo abituati, e a non riuscire a farlo.

E qualcuno pensa che vada bene così. Qualcuno pensa, non senza ragioni, che si possa essere egualmente felici, se non più felici, con meno. Però nessuno pensa che, quando Francesco di Assisi ha rinunciato alle sue ricchezze, nessuno gli ha promesso cure gratuite, in caso di malattia, e la pensione, quando fosse stato vecchio.

Allora che fare? Quando ci si trova ad avere meno a qualcosa bisogna rinunciare! Vanno fatte delle scelte o collettivamente o individualmente; sempre tenendo conto che per poter fare delle scelte, anche radicali, a livello individuale bisogna che ci sia uno adeguato spazio legale.

Se dobbiamo al ‘900, oltre a tanti orrori, la apoteosi dello Stato-nazione e, conseguentemente, almeno a livello occidentale, dello Stato sociale, nel 21° secolo noi dovremmo ragionare seriamente se e quanto ci possiamo permettere di mantenere di questo Stato sociale, tanto avvolgente e inclusivo da rassomigliare troppo allo Stato etico di deprecata memoria.

Nello stesso tempo dovremmo deciderci a liberalizzare il tempo di lavoro: se è giusto consentire di farlo a chi non vuole lavorare di più, è inammissibile non consentire di farlo a chi vuole lavorare di più; come del resto già avviene.

Dovremmo deciderci a liberalizzare la previdenza sociale, o in senso assoluto, con una vera e propria opzione zero o, quanto meno, con una opzione sulla quantità o sul tempo della contribuzione.

Si potrebbe parlare di una pensione alla carta, ovvero che dipenda non soltanto da quanto si è versato, come già avviene, ma da quanto si "decide" di versare e da quando si decide di versare quel quanto, nel corso della propria vita attiva, non di lavoro, ovvero anche senza una specifica posizione lavorativa.

Infatti se, secondo i canoni della sostenibilità bisogna astenersi dal consumare troppe risorse che non ci consentano di lasciarne a sufficienza per le generazioni future, niente esclude che ciascuna generazione possa decidere quante risorse del presente accantonare per il futuro.

Se la mistica del progresso ci ha portato finora ad immaginare un futuro sempre migliore, oggi che siamo pervasi dal pessimismo e dall'incertezza, in una crisi che non finisce mai e che ci fa credere in un futuro se non peggiore non certo migliore, non dobbiamo inquinare il presente con delle scelte conservative.

O meglio, o quanto meno, dovremmo consentire ai singoli di scegliere la visione del futuro che meglio credono e non tanto per seguire una logica di liberismo selvaggio o di libertarianismo, quanto proprio in una logica sociale.

Non è la mano invisibile del mercato che va invocata ma l'astensione della mano pesante del moloch statale che va chiesta. Così che non ci sia un decisore unico dal cui errore possano essere coinvolti tutti i cittadini, ma che ciascun cittadino possa sbagliare a modo suo.

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