HR OnLine n. 11 anno 2014

L’ordinamento giuridico aziendale

di Antonio Orazi[ occamorazi@gmail.com ]

Non vi è, al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?
A. Olivetti

Santi Romano nel 1909 (Lo Stato moderno e la sua crisi) scriveva: "l'odierna organizzazione statuale, per il fatto che si sente il bisogno di organizzazioni nuove, complementari ad essa, se pure non contrarie, si dimostra per ciò stesso insufficiente", aggiungendo che "il diritto pubblico moderno dunque non domina, ma è dominato da un movimento sociale, al quale si viene stentatamente adattando, e che intanto si governa con delle leggi proprie".

E, basandosi sul concetto, sempre derivato da Santi Romano, della pluralità degli ordinamenti giuridici, si può prospettare l'eventualità e l'opportunità di applicare, nell'ambito del diritto del lavoro, o del diritto che meglio potrebbe essere definito delle organizzazioni produttive, la logica dell'instaurazione di fatto all'ordinamento giuridico aziendale, nel senso che esso si configuri come un ordinamento originario, distinto e separato dall'ordinamento statuale, che viene instaurato con la costituzione dell'azienda.

Di modo che l'imprenditore che avvia una nuova impresa si ponga come instauratore di un nuovo ordinamento, la cui autonomia è data sia dalla incipiente logica comunitaria (autonomia de facto-ex facto ius oritur), sia dal "riconoscimento" o, meglio, da un non disconoscimento da parte dell'ordinamento statuale (autonomia de iure).

A tal proposito va ricordato che, secondo la teoria istituzionalistica, il riconoscimento del nuovo ordinamento da parte degli altri ordinamenti già costituiti non è necessario per la esistenza dell'ordinamento stesso, secondo il criterio che "legittimo è solo quell'ordinamento cui non fa difetto non solo la vita attuale ma altresì la vitalità" ovvero, seguendo il principio che successivamente fu definito di effettività, nella logica secondo cui "la trasformazione del fatto in uno stato giuridico si fonda sulla sua necessità, sulla sua corrispondenza ai bisogni ed alle esigenze sociali".

Non a caso nella sua ultima opera (Frammenti di un dizionario giuridico), Santi Romano, a proposito di rivoluzione e diritto chiarisce bene come, attraverso un moto insurrezionale, possa essere instaurato un ordinamento giuridico nuovo, che sostituisca, in tutto o in parte, il vecchio ordinamento abbattuto, precisando tuttavia che, pur essendo la rivoluzione "un fatto antigiuridico in riguardo al diritto positivo dello Stato contro il quale si svolge", essa debba avere un suo diritto, per quanto tale ordinamento giuridico insurrezionale, per dir così, possa essere anche relativamente improvvisato e approssimativo.

Mentre, per quanto riguarda gli ordinamenti giuridici che possano ritrovarsi all'interno dell'ordinamento giuridico generale/statuale, Santi Romano configura l'autonomia o come un fenomeno derivativo, laddove essa sia fissata e disciplinata dall'ordinamento giuridico generale/statuale, perché confacente agli scopi politici e agli schemi organizzativi dello stesso (ad esempio le autonomie locali), o come un fenomeno originario, laddove essa non sia fissata e disciplinata dall'ordinamento giuridico generale/statuale, perché tutt'altro che confacente agli scopi politici e agli schemi organizzativi dello stesso (ad esempio le società criminali).

L'ordinamento giuridico aziendale, in questo quadro, verrebbe a configurarsi sia come originario, perché basato su una instaurazione di fatto, consistente nell'avvio dell'impresa e nella successiva organizzazione dell'azienda, con la conseguente aggregazione di una comunità di destino, sia come autonomo, perché accettato come entità positiva da non disciplinare specificatamente, in quanto meglio in grado di disciplinarsi da sé, per raggiungere gli scopi economici e sociali che l'ordinamento giuridico generale/statuale può riconoscere come da perseguirsi nell'interesse del paese.

Come dice Santi Romano "(...) siamo in presenza di due ordinamenti giuridici, l'uno proprio e interno dell'azienda, l'altro dello Stato. Il primo non è riconosciuto come tale dal secondo, il quale prende bensì in considerazione taluni fatti e taluni rapporti che quello contempla e regola, ma in modo diverso, attribuendo ad essi la sola figura che è compatibile con alcuni suoi principii basilari."

Si può quindi sviluppare, portandolo alle estreme conseguenze logiche, quel concetto dell'autonomia collettiva che Giugni derivava dall'istituzionalismo, ma configurandola essenzialmente nell'ottica dell'ordinamento giuridico intersindacale e confinandola necessariamente all'interno dell'ordinamento giuridico statuale.

E si viene, nello stesso tempo, a ribaltare la logica della graduazione delle fonti dell'ordinamento giuridico intersindacale secondo la quale la valenza degli accordi per dir così particolari è disciplinata dagli accordi per dir così generali, secondo uno schema classico (dal generale al particolare: accordo interconfederale, contratto nazionale, contratti locali o aziendali), sia pure ad assetto variabile, in modo tale che non siano gli accordi generali a disciplinare quelli particolari ma siano questi ultimi a decidere che cosa recepire e che cosa non recepire delle discipline generali.

Così viene stravolta la logica che ha portato il diritto positivo a prevedere tutta una serie di deleghe all'ordinamento intersindacale, presupponendo che non vi sia nessuna necessità di delega, anzi sia necessario che l'ordinamento generale si astenga dal disciplinare tutta una serie di istituti che attengono all'autonomia collettiva, intesa nel senso più distribuito possibile, fino al punto da renderli non giustiziabili da parte dell'autorità giudiziaria ordinaria.

Di conseguenza verrebbe ad essere definitivamente superata la pretesa completezza dell'ordinamento giuridico, già intaccata dall'essere diventati tutti gli ordinamenti giuridici statuali in vario modo dipendenti dall'ordinamento giuridico internazionale e, quelli europei, dall'ordinamento giuridico comunitario.

Così, fermo ovviamente restando il quadro normativo internazionale e quello comunitario, oramai costituzionalizzato e posto a livello superiore, per il cui recepimento è peraltro già considerato sufficiente l'accordo sindacale (sia pure a livello generale), e fermo necessariamente restando il quadro normativo prevenzionistico, peraltro anch'esso di fonte comunitaria, l'ordinamento aziendale potrà darsi norme proprie, con i soli limiti della illiceità, della immoralità e della non discriminatorietà.

Limiti che, d'altra parte, sono suscettibili di evoluzione in relazione ai mutamenti del costume e della normativa generale, cosicché se, ad esempio, venisse consentito il libero esercizio del gioco d'azzardo o della prostituzione, ben potrebbero esserci aziende che si organizzassero, a loro modo, allo scopo di fornire tali servizi, come già avviene in diverse parti del mondo.

Mentre, per quanto riguarda la materia previdenziale si attiverebbe la possibilità che i singoli ordinamenti giuridici aziendali potessero fare scelte sulla partecipazione o meno delle rispettive comunità alla previdenza INPS (opting out), sviluppando più decisamente i meccanismi della previdenza c.d. integrativa o propriamente aziendale, ferme eventualmente restando le opportune contribuzioni di solidarietà dei lavoratori più affluenti.

Conseguentemente sarebbe necessario che all'autorità giudiziaria ordinaria fosse inibito, salva necessariamente restando l'azione penale, di entrare nel merito dei conflitti, individuali, plurisoggettivi o collettivi endoaziendali, salvo diversa statuizione dell'ordinamento aziendale stesso, nell'ambito del quale sarebbe comunque pregiudiziale il giudizio arbitrale, eventualmente organizzabile anche dall'ordinamento intersindacale, fermo restando che non vengano in discussione diritti protetti costituzionalmente - dei quali, peraltro, sarebbe giunta l'ora che si facesse opportuna revisione - o comunitariamente e internazionalmente.

Infine, vi sarebbe la possibilità, se non la necessarietà, di un sistema di formazione di tutte le componenti dell'ordinamento aziendale che fosse in grado di rendere tutti i componenti dell'ordinamento aziendale capaci di svolgere il loro compito con adeguata consapevolezza e responsabilità.

In questa ottica il diritto del lavoro, così come si è venuto componendo e sviluppando nel ‘900, si verrebbe a ridurre a una dimensione residuale, ricondotta in piccola parte alla originaria dimensione civilistica, mentre sul piano operativo vigerebbero i diritti del lavoro aziendali.

Mentre lo Stato dovrebbe preoccuparsi di tutelare soltanto i diritti dei privati fra di loro, al di fuori della comunità aziendale, e dei singoli prima del loro ingresso e dopo la loro uscita dalla comunità aziendale, salvo che, sussidiariamente, la comunità aziendale non si occupi anche di queste fasi, come sempre più spesso sta già avvenendo, in questa fase di decadenza dello stato sociale che il ventunesimo secolo sta portando.

Quando il cosmopolitismo di kantiana memoria, tradotto nella moderna globalizzazione, sta determinando una pace perpetua, intesa soltanto nel senso di non guerra totale, e una conflittualità tra sistemi paese che potrebbe definirsi come la continuazione della guerra con altri mezzi, non si può fare a meno di un radicale cambio di paradigma.

All'atto pratico basterebbe 1 sola legge, prima ordinaria poi costituzionale, per espungere dall'ordinamento giuridico italiano il principio della inderogabilità delle norme sul lavoro, eventualmente prevedendo una derogabilità assistita, nella quale dare mandato al governo di abrogare tutte le norme incompatibili con una gestione di tutti i tipi di rapporto di lavoro libera da condizionamenti di sorta, a cui affiancare 1 legge sulla qualificazione professionale o, meglio, sulla responsabilità degli operatori nell'esercizio delle arti, attività, professioni, a tutela della concorrenza e dei consumatori.

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