HR OnLine n. 6 anno 2014

Elogio della imperfezione

di Antonio M. Orazi[ occamorazi@gmail.com ]

                                             ovvero
                          Una logica dell'efficienza e della serenità

Se io potessi vivere un'altra volta la mia vita
nella prossima
cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei
pochissime cose sul serio.

Jorge Luis Borges

La paideia (educazione) dell'uomo occidentale è basata sul concetto della precisione e sull'aspirazione alla perfezione; la catechesi cristiana indica la santità, nel senso della perfezione nelle virtù, come un obbiettivo perseguibile dell'ascesi umana; così, o anche così, la perfezione ha assunto una valenza sacrale o metafisica di raggiungimento di un risultato eccelso, un risultato che, frutto di un lungo lavoro o di qualità innate, nobilita la persona sia nell'ambito del consorzio umano che nell'autoconsiderazione.

Eppure il perfectum non è altro, etimologicamente parlando, che un fatto compiuto ovvero qualcosa completamente finita, qualcosa che non manca di alcuna qualità, di alcun elemento caratterizzante, che non può essere integrata o accresciuta. Una vox sostanzialmente media ha finito per assumere, nella stratificazione semantica, una connotazione di qualità del massimo livello, che continua a condizionarci.

D'altronde sappiamo bene che la qualità, di cui parliamo nell'ambito dei moderni sistemi della qualità, non è quella del linguaggio corrente, ma è la rispondenza ai requisiti, non astrattamente dovuti ma concretamente richiesti.

Così, mentre la cultura del ‘900 ci riporterebbe ad una considerazione più pragmatica e funzionale dell'essere, del vivere e dell'operare, la nostra coscienza ci fa deboli e ci lega ad una dimensione di sollen (dover essere) bravi ben diversa e ben lontana dal sein (essere) normali, con la conseguente angst (angoscia) dell'uomo comune nella società moderna.

Oltre tutto la cultura del ‘900 ci ha lasciato la consapevolezza che il mondo e la realtà non sono conoscibili completamente ma soltanto relativamente e, con la attivazione delle enormi capacità di calcolo delle nuove macchine computerizzate, ci ha reso possibile la trasformazione di tutto il reale in modelli matematici che, con gli algoritmi più opportuni, per quanto chiaramente arbitrari, possono essere fatti "girare" per predire il futuro e il passato.

Così inverando la falsa indicazione del filosofo (Hegel) sulla razionalità del reale, nel senso che, computando, possiamo razionalizzare ogni fenomeno, anche quelli apparentemente o effettivamente irrazionali.

Tanto che, di fronte a tutte le antinomie in cui continuiamo ad involverci, verrebbe voglia dei rifugiarsi e rinchiudersi nell'hortus conclusus della poesia che, con le sue vie fantastiche, può darci un sollievo determinante dall'angoscia del vivere quotidiano e tutelarci da noi stessi; afflitti come siamo da quella vocazione salvifica legata alla missione dell'uomo (bianco).

"Ciechi sono i pensieri degli uomini, quando cercano la via con gli artifici dell'intelligenza, ma senza le muse" (Pindaro)

Così con Pascal potremmo e dovremmo dire, serenamente, che il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce, e potremmo anche fermarci qui se non volessimo, come vogliamo, cercare abbattere questo idolo, come definito da Bacone, della perfezione.

Dunque, il cuore non agisce irrazionalmente, ma ha dei precisi procedimenti che seguono un'altra specie di "ragione", differente dalla "ragione scientifica". Pascal dice anche che "conosciamo la verità non solo con la ragione, ma anche col cuore; ed è in questo secondo modo che conosciamo i principi primi, e inutilmente il ragionamento, che non vi ha parte, s'industria di combatterli."

Del resto, Pascal, attraverso la sua filosofia, si accosta anche alle discipline scientifiche, facendo delle importanti considerazioni. Infatti, secondo lui, la conoscenza umana è limitata sempre dai due abissi dell'infinito e del nulla, dai quali nessun uomo (e quindi nessuna scienza) può prescindere.

Il pensiero è infatti ovviamente finito, e coloro che hanno indagato la natura hanno invece pensato di poterne scoprire i principi primi ed ultimi (cioè il tutto), che però si trovano proprio al "limite" di tali abissi infiniti (infinitamente grande e infinitamente piccolo).

Pascal, dunque, afferma che del mondo si può avere solo una conoscenza limitata, parziale, precisando che ci sono due possibili forme di conoscenza, che partono da fondamenti diversi: la prima è data dal cosiddetto esprit géométrique (spirito di geometria), ed è appunto la conoscenza scientifica e analitica, ottenuta con procedimenti perfettamente geometrici e razionali.

L'altra forma di conoscenza è quella data dall'esprit de finesse (spirito di finezza), ed è la conoscenza esistenziale dell'uomo, dei moti della sua anima, dei principi che governano la sua sfera spirituale; conoscenza questa di tipo sintetico, che si rivolge ai principi e ai fenomeni correnti, riuscendo a coglierli nella loro interezza e complessità.

Pascal dice che l'esprit géométrique non è sufficiente per comprendere la realtà, poiché non arriva a capire i fondamenti dell'esistenza umana, risultando così limitato; infatti, ogni scienza che non consideri l'uomo è una scienza inutile, se non addirittura dannosa.

Per comprendere i temi esistenziali dell'uomo c'è bisogno del "cuore", che per Pascal non è un fattore romantico o irrazionale, ma è il centro pulsante dell'interiorità umana, lo strumento dell'esprit de finesse.

Tuttavia, Pascal non divide l'esprit de finesse dall'esprit géométrique poiché, se lo spirito di geometria senza lo spirito di finezza è sterile e vano, lo spirito di finezza senza lo spirito di geometria è debole, e non potrà discendere fino ai principi più profondi e più veri dell'uomo.

In sostanza, per Pascal la scienza e la filosofia non hanno due direzioni totalmente differenti, né tanto meno si avversano l'un l'altra, ma sono l'una il completamento dell'altra.

Pascal è dunque uno dei primi pensatori che hanno tentato di conciliare la scienza (che si fonda sullo spirito di geometria) e la fede (che si fonda sullo spirito di finezza), ritenendo i due campi complementari e necessari l'uno all'altro e chiarendo che "Sappiamo di non sognare; per quanto siamo impotenti a darne le prove con la ragione, questa impotenza ci porta a concludere per la debolezza della nostra ragione, ma non per l'incertezza di tutte le nostre conoscenze (...).

Infatti la conoscenza dei principi primi (...) è più salda di qualunque altra che ci viene dai nostri ragionamenti. E proprio su tali conoscenze del cuore e dell'istinto la ragione deve appoggiarsi, e su di esse fondare tutto il suo ragionamento. (...) Questa impotenza non deve dunque servire che ad altro che ad umiliare la ragione - la quale vorrebbe giudicare di tutto -, ma non già a combatter la nostra certezza (...)".

A Pascal dobbiamo anche la nascita del moderno concetto di probabilità, già affrontato dagli italiani Cardano e Pacioli e poi sviluppato anche da Galilei, a cui si deve l'impostazione del metodo scientifico (provando e riprovando); e sappiamo bene quanto della nostra vita di tutti i giorni è legato ai calcoli delle probabilità.

Peraltro, se è pur vero che siamo come nani sulle spalle di giganti, secondo la lezione di Bernardo di Chartres, cosicché possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non dobbiamo sentirci vincolati più di tanto o impediti a guardare con occhi nuovi la vecchia realtà e a vedere quantum mutata ab illa, nella welltanshaaung (visione generale del mondo e della vita) corrente.

Del resto taluni di questi giganti ci hanno lasciato delle auree lezioni in tal senso, lezioni da cui non abbiamo tratto tutti i frutti che avremmo potuto e dovuto trarre, nel nostro interesse.

Mi riferisco al grande Guglielmo da Occam che, con la sua logica della semplicità, già nel medioevo preludeva al metodo scientifico e, senza volerlo, ci da la chiave che mondi possa aprirci (Montale), con il concetto, di uso corrente, di efficienza.

Concetto che è stato sviluppato in vario modo ma che si traduce in una formula assiomatica, che vedremo poi e che raccoglie in sé tutto il valore di questo discorso sull'imperfezione, non come non ricerca della perfezione, ma come rinuncia voluta (noluntas) di ogni ricerca della perfezione, e perseguimento cosciente dell'imperfezione.

La lezione di Guglielmo da Occam, come è ben noto, si sintetizza nella metafora del rasoio, seguendo l'idea che, dal punto di vista metodologico, sia opportuno eliminare con tagli di lama e mediante approssimazioni successive le ipotesi più complicate. E, in questo senso il principio può essere resa dalla formula: "a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire".

Formula che, in termini di problem solving (risoluzione dei problemi) si sviluppa nei seguenti brocardi: entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem (non bisogna moltiplicare gli elementi oltre il necessario); pluralitas non est ponenda sine necessitate (non occorre porsi in termini di pluralità senza necessità); frustra fit per plura quod fieri potest per pauciora (è inutile fare con più quello che si può fare con meno).

In altri termini, non vi è motivo alcuno per complicare ciò che è semplice. All'interno di un ragionamento o di una dimostrazione vanno invece ricercate la semplicità e la sinteticità.

Ciò significa che - tra le varie spiegazioni possibili di un evento - bisogna accettare quella più "semplice", intesa non nel senso di quella più "ingenua" o di quella che spontaneamente affiora alla mente, ma quella cioè che appare ragionevolmente vera senza ricercare un'inutile complicazione aggiungendovi degli elementi causali ulteriori.

Questo anche in base a un altro principio, elementare, di economia di pensiero: se si può spiegare un dato fenomeno senza supporre l'esistenza di un qualche ente, è corretto farlo, in quanto è ragionevole scegliere, tra varie soluzioni, la più semplice e plausibile.

Concettualmente non si tratta di novità, perché il principio di semplicità era già ben noto a tutto il pensiero scientifico medievale, ma esso acquista in Occam una forza nuova, e per certi versi devastante, a causa della sua concezione volontaristica.

Ma dobbiamo arrivare agli albori del ‘900 per avere la definizione scientifica della imperfezione con la cosiddetta "legge 80/20", una legge empirica che fu poi riformulata anche da Juran, ma che è nota anche con il nome di principio di Pareto (o principio della scarsità dei fattori), e che è sintetizzabile nell'affermazione: la maggior parte degli effetti è dovuta ad un numero ristretto di cause.

Ovvero, sul piano di controllo di gestione: l'80% dei costi è determinato dal 20% delle attività svolte, per cui quello che è essenziale è fare la massima attenzione, dopo averle individuate, caso per caso, sulle attività che vanno a comporre questo 20%, senza disperdersi, più di tanto, sul restante 80%.

Ovviamente Pareto, pur sviluppando il suo discorso sul tentativo di trasferire nella scienza economica il metodo sperimentale delle scienze fisiche, con il conseguente uso delle matematiche, che poi ha dominato lungo tutto il ‘900 e che domina tuttora, non poteva non considerare le ridotte capacità di calcolo del suo tempo mentre noi, oggi, con le capacità pressocché illimitate a disposizione di tutti, potremmo pensare ad un controllo totale dei fattori.

Possiamo pensarlo e possiamo anche farlo, volendo, ma sbaglieremmo a non considerare la valenza di indicatori sintetici e controllabili direttamente, perché se le capacità operative delle macchine sono divenute praticamente illimitate, le capacità gestorie e decisorie, tipicamente umane, sono sempre quelle di un tempo.

Anzi l'eccesso di informazioni e la conseguente difficoltà di recepirle ed elaborarle rende più difficile e più lento il processo decisionale.

Così, in certo qual modo, si ribalta l'assioma di Occam, per cui entia non sunt multiplicanda sine necessitate, potendo dire che più elementi non sono proprio necessari, ma ne bastano pochi per vivere e lavorare efficientemente e serenamente.

Perché è l'uomo commerciale, con tutta la sua illogicità di comportamento, come teorizzato da Pareto stesso, che deve essere aiutato e supportato nella sua difficile attività di decisione, seguendo quello che potrebbe essere considerato un corollario del principio di Pareto, ovvero che è meglio una decisione parzialmente giusta presa subito, che una decisione completamente giusta presa dopo molto tempo.

A Pareto dobbiamo anche la formulazione della teoria delle élite che, in certo qual modo, riporta in ambito sociale, il principio 80/20.

Nel senso che ogni società ha bisogno di un nucleo più o meno ristretto di ottimati che per nascita, per risultati economici, scientifici, culturali, o altro possa e voglia assumersi l'onere, non senza proprio interesse e convenienza, di rappresentare, interpretare, indirizzare, il consorzio sociale di cui fa parte, a vari livelli.

Élite, da intendersi non soltanto come ceto politico, rappresentante tecnicamente eletto, ma anche e soprattutto come opinion maker o influencer, secondo le moderne definizioni, il che ci porta alla più ampia disillusione rispetto all'alta e nobile idea di democrazia.

La formula retorica del governo del popolo, dal popolo, per il popolo, va letta con la mediazione implicita della teoria delle élite e, forse, con l'uso improprio del principio 80/20

Per quanto Pareto, senza la crudezza del principe Machiavelli, tonifichi e mitighi la teoria delle élite con il criterio della circolazione delle élite stesse che, non senza qualche dubbio italico o anche europeo sulla possibilità di ricambi totali, ci dà una qualche possibilità di american dream.

Allora noi possiamo arrivare a tirare la conclusione in epigrafe! Noi possiamo dire in tutta coscienza che per vivere e lavorare bene bisogna fuggire come la peste la ricerca continua e la pratica ossessiva della perfezione.

Del resto la natura in genere e la natura umana in particolare non ci danno altro che esempi di imperfezione, di là da tutte le cosiddette leggi che non sono altro che schematizzazioni provvisorie delle conoscenze sull'infinitamente grande e infinitamente piccolo nell'universo.

Non a caso Popper afferma che le teorie scientifiche sono proposizioni universali, espresse al modo indicativo, la cui verosimiglianza può essere controllata solo indirettamente a partire dalle loro conseguenze.

La conoscenza umana è di natura congetturale e ipotetica, e trae origine dall'attitudine dell'uomo di risolvere i problemi in cui si imbatte, intendendo per problema la contraddizione tra quanto previsto da una teoria e i fatti osservati.

Popper pone al centro dell'epistemologia la fondamentale asimmetria tra verificazione e falsificazione di una teoria scientifica: infatti, per quanto numerose possano essere, le osservazioni sperimentali a favore di una teoria non possono mai provarla definitivamente, mentre basta anche una sola smentita sperimentale per confutarla.

La falsificabilità è anche il criterio di demarcazione tra scienza e non scienza: una teoria è scientifica se e soltanto se essa è falsificabile.

Così la mia risposta ai quesiti: "Come lo sai? Qual è la fonte o la base della tua asserzione? Quali osservazioni ti hanno condotto a farla?" sarebbe: "Non lo so: la mia asserzione era una pura congettura. Non preoccuparti della fonte o delle fonti da cui può essersi originata - le fonti possibili sono molte, e può darsi che io non sia consapevole neppure della metà di esse; e in ogni caso le origini o i pedigree hanno poca importanza per la verità. Ma se ti interessa il problema che ho tentato di risolvere con la mia asserzione, che ha solo valore di tentativo, puoi aiutarmi criticandola il più severamente che puoi; e se sei in grado di progettare qualche controllo sperimentale che, secondo te, possa confutare la mia asserzione, sarò ben lieto di aiutarti a farlo, con tutte le mie forze" (Popper)

E, anche da questo lato, l'arte, come già la poesia, ci dà una mano in mille modi a capire che la perfezione non esiste, che la bellezza non ha niente a che fare con la perfezione, anzi essa, molto spesso, è frutto di una somma di imperfezioni.

"La bellezza salverà il mondo" (Dostoevski)

Infatti, il criterio fondante della vita umana e del mondo conosciuto, piuttosto che la falsa astrazione della perfezione, è il criterio di equilibrio, necessariamente instabile, ma utilizzabile sia sul piano della gravitazione universale che sul piano della psicologia individuale.

Del resto anche il corpo umano non è che una somma di imperfezioni variamente congruenti per consentire la vita metabolica e la funzione intellettuale.

Peraltro, nel poco che sappiamo del nostro corpo e del nostro cervello, soltanto da non molto tempo abbiamo chiarito la differente funzione degli emisferi cerebrali e abbiamo definito le diverse intelligenze, di cui siamo dotati.

Senza contare la ricerca ancora in corso sul nucleo ancestrale del cervello umano, forse legato all'amigdala o all'ipotalamo, a cui potrebbe essere legato il recupero di antiche funzioni di comunicazione non verbale.

Allora bisogna accettare di buon grado la realtà della imperfezione, accontentandosi di una ragionevole approssimazione, così sfatando la lezione della scuola idealista e della nostra scuola, che ha determinato la deprecabilità del pressappochismo.

E tutto ciò, anche se il perfezionismo non sembra possa definirsi come una specifica sindrome, dovrebbe poter allentare la tensione della vita e del lavoro, quello che, sino a non molto tempo fa, si chiamava comunemente il logorio della vita moderna e che ora si definisce tecnicamente, per quanto sempre sfuggentemente, stress.

Noi dobbiamo attivare una nuova pedagogia, per giovani ed adulti, secondo la quale, ferma restando la valenza etica della perfezione sub specie aeternitatis, nel tempo presente, nel mondo del quotidiano, dobbiamo vivere una normale imperfezione.

Come se avessimo un vestito delle feste, la perfezione, che teniamo sotto naftalina, e dei vestiti da lavoro, l'imperfezione, che indossiamo tutti i giorni per uscir del bosco e gir infra la gente (Petrarca).

Una nuova pedagogia, soprattutto per la formazione degli adulti, dovrebbe mettere in secondo piano il sapere, nella sua dimensione astratta e teorica, e trasformare il sapere in un fattore esperienziale ricavato dal saper fare ma, soprattutto, dovrebbe fare uno sforzo, inedito ma sempre più necessario, sul saper essere.

Una società sempre più complessa ha bisogno di semplificazioni - Occam, semper Occam - e la semplificazione primaria sta nei comportamenti sul piano dei rapporti interpersonali.

Anche dando per scontata l'illogicità diffusa nel corpo sociale è pensabile una istruzione che ponga alla base della vita sociale il criterio che "l'interdipendenza è un valore più alto della indipendenza" (Covey).

"Si può svolgere il proprio lavoro, e crescere attraverso di esso in modo da farlo in modo migliore - E crescere di nuovo attraverso questo lavoro migliore, e così via. (...)

L'aspetto incredibile della vita, dell'evoluzione e della crescita mentale consiste proprio in questo metodo, in questa interazione fra le nostre azioni e i loro risultati, per mezzo della quale riusciamo costantemente a trascendere noi stessi, i nostri talenti, i nostri doni. (...) In questo modo ci eleviamo da soli fuori dalla palude della nostra ignoranza - in questo modo tiriamo una fune in aria e ci arrampichiamo su di essa, sperando che essa faccia presa, anche soltanto in modo precario, su qualche piccolo ramo. (...)

Il processo di autotrascendenza mediante crescita e stimolo reciproco è qualcosa che può essere raggiunto in ogni occupazione e in ogni campo. È possibile raggiungerlo nelle nostre relazioni personali. Tuttavia andiamo incontro a delusioni in tutte le fasi della vita. Il nostro dovere è di non dare spazio alla sensazione di non aver ricevuto ciò che ci è dovuto. Perché, finché viviamo, riceviamo sempre più di quanto ci è dovuto. Per rendercene conto, dobbiamo soltanto imparare che il mondo non ci deve nulla.

Tutti siamo partecipi dell'eredità umana. Tutti possiamo aiutare a preservarla. E tutti possiamo dare il nostro modesto contributo in questo senso. Non dobbiamo chiedere niente di più." (Popper).

Alla fine, possiamo osare dire che un principio di efficienza come quello di Pareto, se non proprio quello, che consideriamo valido sul piano del controllo di gestione dell'impresa commerciale, dovrebbe essere reso applicabile anche alla pubblica amministrazione e reso legalmente riconosciuto a tutti gli effetti.

Ma, questo è un tema che esorbita dal presente discorso e che potrà essere sviluppato in altra sede.

 

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