hronline
     n. 10 anno 2026

Dal set all'azienda. La gestione delle risorse umane raccontata dal cinema

autori, Luca Carollo, Marco Guerci, Edoardo Della Torre e Viviana Meschitti
recensione a cura di Paolo Iacci

Egea, 2026

 

Nel vasto panorama della letteratura manageriale contemporanea non è così frequente imbattersi in un volume capace di sottrarsi ai cliché del genere. Molti testi dedicati alle risorse umane oscillano infatti tra manualistica prescrittiva, retorica motivazionale o raccolte di best practice spesso corrette sul piano formale, ma povere di reale capacità interpretativa. Dal set all’azienda rappresenta, sotto questo profilo, una felice eccezione. Confesso che, leggendo il titolo, avevo inizialmente qualche dubbio: il rischio di usare il cinema come semplice pretesto narrativo, quando si parla di management, è sempre dietro l’angolo. In questo caso, invece, l’operazione riesce. E riesce bene.

Il libro sceglie una strada meno battuta e, proprio per questo, più fertile: utilizzare il linguaggio cinematografico come chiave di lettura delle trasformazioni della funzione HR, delle sue contraddizioni e del progressivo indebolimento della sua legittimazione sociale. Già questa impostazione basterebbe a distinguerlo da molte pubblicazioni recenti. Ciò che lo rende particolarmente convincente è però la capacità di coniugare rigore teorico, profondità critica e una scrittura mai appesantita dall’accademismo.

L’assunto di partenza è tanto semplice quanto scomodo. Mentre le organizzazioni dichiarano da anni di mettere “le persone al centro”, una quota crescente di lavoratori sperimenta distanza, sfiducia, precarietà, scarso riconoscimento. In questo scarto tra linguaggio ufficiale e vissuto concreto si inserisce la riflessione degli autori, che individuano nella funzione HR uno degli snodi decisivi del problema. Non come colpevole assoluta, sarebbe troppo facile, ma come attore che in molti casi ha progressivamente smarrito il proprio ruolo originario di mediazione tra interessi diversi, assumendo una postura sempre più allineata alle priorità del vertice aziendale.

È una tesi forte, ma ben costruita. E soprattutto non ideologica. Gli autori evitano sia la nostalgia per una presunta età dell’oro delle relazioni industriali, sia l’entusiasmo ingenuo verso il lessico contemporaneo del people management. Il lettore viene accompagnato lungo una ricostruzione storica accurata: dalla tradizionale amministrazione del personale alle logiche di compliance, dalla stagione delle relazioni sindacali all’affermazione dello strategic HRM, fino all’attuale centralità di engagement, cultura organizzativa e talent management. Ne emerge una lettura evolutiva nella quale ogni fase porta con sé avanzamenti reali e nuove ambiguità.

Ho trovato particolarmente convincente il passaggio dedicato al rischio di trasformare strumenti nati per valorizzare le persone in strumenti sofisticati di controllo organizzativo. È un tema molto attuale, spesso sottovalutato. In anni nei quali tutto tende a essere misurato, classificato e comparato, il confine tra sviluppo e sorveglianza può diventare sorprendentemente sottile.

La vera originalità del volume, tuttavia, risiede nel ricorso al cinema. Ventotto film vengono analizzati come specchi deformanti, ma proprio per questo rivelatori del mondo del lavoro. Il cinema, sostengono gli autori, mostra con immediatezza ciò che nei report aziendali resta spesso invisibile: paura, cinismo, conformismo, dilemmi morali, solitudine manageriale, disumanizzazione delle procedure. L’intuizione è felice. In molte pagine si ha la sensazione che un personaggio sullo schermo riesca a dire, con maggiore verità, ciò che intere indagini di clima organizzativo non riescono neppure a sfiorare.

Molto efficace è anche la strutturazione del libro attorno a quattro tensioni fondamentali che attraversano il mestiere HR contemporaneo. La prima riguarda il rapporto tra mercato e tutela del lavoro: selezione, ingresso, uscita, licenziamenti individuali e collettivi vengono letti come momenti nei quali un’organizzazione rivela la propria reale gerarchia di valori. La seconda oppone conformismo e diversità, mostrando quanto i programmi di inclusion possano talvolta convivere con culture aziendali implicitamente omologanti. La terza tensione, forse la più attuale, è quella tra performance e benessere. Qui il libro coglie un nodo decisivo: non esiste organizzazione sostenibile se risultati economici e qualità del lavoro vengono trattati come variabili antagoniste. La quarta investe infine l’identità professionale dell’HR, sospesa tra allineamento strategico, etica del ruolo e capacità di dissentire quando necessario.

Su quest’ultimo punto il testo offre alcune delle pagine più dense. Da anni la funzione HR rivendica il proprio posto al tavolo delle decisioni strategiche. Ma quale prezzo comporta questa vicinanza al potere? Se l’accesso al vertice implica rinuncia all’autonomia critica, il riconoscimento rischia di diventare subordinazione. È una domanda che molti evitano di porsi. Gli autori, invece, la affrontano con chiarezza rara. Non propongono un HR antagonista, né ingenuamente neutrale, ma una professionalità adulta capace di sostenere il business senza dissolvere la propria responsabilità sociale.

Anche lo stile merita una nota. Pur affrontando temi complessi – dal nuovo unitarismo alle asimmetrie di potere nei sistemi di lavoro – la scrittura resta fluida, leggibile, mai compiaciuta. Si avverte il lavoro di chi conosce la letteratura internazionale ma desidera dialogare con practitioner, manager e studiosi insieme. Non è qualità così comune come si potrebbe pensare.

Naturalmente il libro suscita anche domande ulteriori, e questo è un bene. Alcuni lettori potrebbero desiderare maggiore spazio per le esperienze virtuose di HR trasformativo già presenti in molte imprese europee, oppure un approfondimento più esteso sull’impatto dell’intelligenza artificiale e della people analytics. Ma sono osservazioni che nascono dall’interesse, non da carenze sostanziali.

In definitiva, Dal set all’azienda è un saggio che merita attenzione ben oltre il perimetro degli specialisti HR. Parla di lavoro, di potere, di linguaggi organizzativi e di responsabilità manageriale. Ricorda che nessuna funzione aziendale è davvero neutra e che le narrazioni contano quasi quanto i processi. Ma soprattutto suggerisce che l’HR, se vuole recuperare credibilità, debba tornare a essere luogo di equilibrio e non semplice cinghia di trasmissione della strategia. In tempi nei quali molte organizzazioni comunicano umanesimo e praticano meccanicismo, non è una riflessione secondaria. È, al contrario, una riflessione necessaria.

 

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