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     n. 10 anno 2026

Ci stiamo abituando a seguire il più forte anche nel lavoro?

di Gabriele Gabrielli

di Gabriele Gabrielli

Torno a riflettere su un tema che mi è caro, lo introduco con una domanda: ci stiamo abituando a seguire il più forte? Ci stiamo trasformando in una società popolata da individui sempre più addomesticati pronti a seguire la scia indicata da chi è al comando? Sono in molti a pensarlo e a ritenere che questo atteggiamento stia generando persone frustrate e rassegnate. 
D’altro canto si obietta come sia possibile far sentire la propria voce quando le figure prevalenti di leadership che attraversano la società non sopportano di essere disturbate lungo la direzione che hanno indicato di seguire? Un po' ovunque facciamo esperienza di leader autoritari che non hanno tempo da perdere; devono ridurre le relazioni umane al minimo sopportabile perché quel che importa loro davvero è l’obbedienza, l’adattarsi degli altri alle condizioni che dettano e che vanno accettate come sono.
Non dobbiamo pensare però che queste figure di leadership si incontrino solo sulla scena delle fragili relazioni internazionali e nel contesto geo-politico di questo tempo per certi aspetti drammatico. Non mi sto riferendo solo a questo ambito. L’idea e le pratiche di leadership fondate su autoritarismo e comando, con i correlati dispositivi culturali, sociali, organizzativi, le troviamo anche in altri campi: nell’economia e nel lavoro, innanzi tutto, ma anche nei rapporti interpersonali, a scuola, sui social.
In ogni luogo sembrano diffondersi, in altre parole, forme di autoritarismo (esplicite o silenziose, proclamate o celate) che assumono nomi e atteggiamenti diversi, ma che affermano tutte, sventolandone il vessillo, la forza come principio e criterio regolatore della vita.
Dominio, potenza e tracotanza diventano così i valori predicati e testimoniati da queste forme e figure di leadership che cercano silenzio, sottomissione, esecuzione di ciò che viene ordinato in qualche modo. 
Anche nei contesti di lavoro capita spesso di vivere questa realtà. Lo raccontano ricerche e survey, quelle non addomesticate. Lo raccontano soprattutto le testimonianze di tante persone che lamentano la tossicità degli ambienti di lavoro; lo sperimentiamo quando ascoltiamo la loro rassegnazione: “che posso fare del resto?”. Obbedire e basta diventa allora una risposta quasi liberatoria e anestetizzante.
Va sottolineato un altro aspetto. Bisogna fare attenzione a non lasciarsi trarre in inganno dallo stile con cui la logica del più forte viene fatta circolare negli ambienti di lavoro. La leadership autoritaria fondata sul principio che annulla ogni forma di riconoscimento dell’altro, in realtà, può scegliere anche modi gentili per agire, può costruire narrazioni di finta apertura e disponibilità che celano tuttavia, verrebbe da dire con arte, dispositivi di segno diverso. Sono meccanismi che tendono a bloccare l’iniziativa (“fanno tutti così”), che alzano barriere all’ingresso a quanti vorrebbero provare ad aprire un confronto per fare diversamente (come la circolazione di aneddoti organizzativi che raccontano storie che premiano la docilità), che fiaccano la loro volontà (“a che servirebbe reagire?): “chi te lo fa fare? Stai buono, fidati. Non è il momento”. Sono valutazioni e suggerimenti che coinvolgono tutti, senza distinzione: capi di ogni livello e collaboratori.
Che fare dunque? Rinunciare alla nostra dignità? Perché in fondo si tratta di questo. Le forme e le figure di leadership fondate sul principio della forza tolgono in definitiva dignità alla persona umana anche nei contesti di lavoro. Riducono il suo spazio vitale, necessario perché nel lavoro ciascuno possa esprimere qualcosa che gli appartiene.
È anche vero tuttavia che ci sono anche altre forme e figure di leadership che operano nella realtà sociale, nel tessuto produttivo e nelle organizzazioni. La loro contronarrazione però non ha strumenti potenti; non urlano e non sgomitano, non interessa loro guadagnare il podio della visibilità. La loro voce non prorompe dall’alto, si diffonde piuttosto in orizzontale; le decisioni che generano sono costruite insieme, sono prossime ai bisogni reali delle persone che lavorano, a quelli del territorio e delle comunità. Queste forme e figure di leadership popolano con modalità discrete la realtà produttiva e sociale preservando e valorizzando la benefica biodiversità economica, contrapponendo alla logica del dominio - che riduce ogni cosa, ogni relazione, a scambio di merci - il lavoro e l’impresa come occasioni e strumenti per coltivare l’umano nella società civile. 

 

 

Gabriele Gabrielli
Coach e consulente, è Ceo di Studio Gabrielli Associati Srl e di People Management Lab S.r.l Società Benefit e B Corp certificata. Ideatore e presidente della Fondazione Lavoroperlapersona ETS, insegna Organizzazione e gestione delle risorse umane e People management all’Università Luiss Guido Carli. All’Università Europea di Roma, dove è direttore del Master in Sustainable HRM, è professore a contratto di Remunerazione e gestione delle risorse umane. I suoi più recenti libri sono Disegnare e implementare il lavoro sostenibile. Una nuova mentalità per gestire le risorse umane, FrancoAngeli, Milano 2025 e Beyond. Itinerari manageriali per sostenere la trasformazione, FrancoAngeli, 2026.

 

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