hronline
     n. 11 anno 2021

Favola della talent attraction

di Cristian Monari

Si fa tanto parlare del fatto che in ogni grande cambiamento si trovano delle opportunità e chi saprà evolversi, pensare fuori dagli schemi troverà sempre un modo per cogliere le reali possibilità ed ecco arrivare il cigno nero del mondo lavorativo mondiale, che ti costringe all'improvviso a pensare fuori dagli schemi, ad immaginare organizzazioni differenti, scevre dal concetto di gerarchia, flessibili, liquide, capaci di adattarsi al cambiamento, in un mondo d'impresa sempre più dematerializzato.
Pochi, anzi pochissimi erano pronti a tutto questo, ma subito il mercato coglie l'opportunità per riscoprire concetti da troppo tempo accantonati, per dare nuovo lustro a professioni, ruoli aziendali ormai a margine, si individuano nuove opportunità di guadagno per formare, guidare eserciti di managers impreparati alla digitalizzazione ( in fin dei conti il futuro è adesso, ma lo si capisce sempre un pò dopo...) nel nuovo mondo dei social media, impreparati a pensare come i millenials per carpirne i gusti, le tendenze, i modi di pensare, le aspettative i desideri.
E via si comincia a costruire un mondo del lavoro nuovo di zecca, dove nessuno si sentirà più solo, connesso al tutto in senso totalizzante ... quasi globale. Le università sfornano plotoni di nuovi talenti (non si sa in cosa, purché lo siano) pronti ad arrembanti muniti di tablet il mercato del lavoro, che li accoglierà, dandogli l'opportunità di plasmare il proprio futuro, ma sempre rigorosamente "insieme".
E la generazione X ed i baby boomers che fine hanno fatto? C'è spazio anche per loro in questo nuovo mondo in veste di moderni mentori, di banditori di sfide tecnodigitali rivolte ad ottenere l'eccellenza assoluta, pronti a divulgare il proprio sapere manageriale, a costruire assieme alla modernità delle nuove generazioni quello che sarà il mondo del domani, purché sappiano comprenderne i gusti, decodificarne le tendenze, saperne cogliere le aspirazioni.
... e poi dopo cosa verrà? Ecco questo nessuno lo dice o meglio pochi se lo chiedono, quando la pandemia sarà lontana, quando il bisogno di cambiare sarà passato, cosa avremo saputo costruire? Un mondo più connesso o un mondo dove le persone avranno perso irrimediabilmente la capacità di comunicare, quella vera, quella che non si apprende da un social media, in un webinar, in un hackathon ... strumenti interessanti ed utili ... ma quando non saranno più in grado di ascoltare, di comprendere l'umanità altrui, quella che i nostri padri latini definivano humanitas, fulcro pulsante di tutto il pensiero intellettuale che ci identifica, fucina di idee, di creatività?
Ecco ogni tanto, in particolare chi si occupa di persone e non di algoritmi, si sforzi di veder l'esser umano non come un semplice elaboratore di dati, cerchi di non vestire eccessivamente il ruolo del visionario, dell' instancabile costruttore di un mondo nuovo sull'onda di teoria e di idee che nemmeno ben comprendiamo, ma facciamoci domande più spesso di quello che in realtà facciamo: cosa voglio per me, per la mia organizzazione, per le generazioni future? Cosa posso trasferire della mia esperienza di vita, a volte si diventa attraenti per quel che si ha da dire, da trasmettere, da raccontare, non solo perché si è abili nel capire cosa gli altri vogliono che gli si dica o semplicemente a cosa gli altri sono interessati. Abbiamo per una volta la presunzione di presentare le nostre di idee con creatività, così come gli altri presenteranno le loro, con la giusta umiltà e la voglia di di ascoltare e capire ed allora avremo un mondo nuovo, un melting pot di esperienze di vita, culturali e lavorative che coniughi tradizione con innovazione, patrimonio con investimento, conoscenza con apprendimento.

Cristian Monari, HR di Arcese

 

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