hronline
     n. 14 anno 2020

Partecipazione. Parola chiave nel post-pandemia
Piccolo dizionario, in progress, per HR (terza e ultima parte)

di Gabriele Gabrielli

Le parole su cui riflettere per indirizzare i nostri comportamenti nei contesti organizzativi nel dopo-coronavirus, quando stiamo tirando fuori la testa dal guscio del distanziamento sociale assicurato dal lockdown, sarebbero veramente tante. Troppo numerose. Mi sono interrogato a lungo allora per ricercare una parola paradigmatica che potesse fornire uno schema entro il quale collocare l'agire di leader e manager nelle imprese nel momento in cui la vita insieme, anche se probabilmente con modalità diverse e per certi aspetti inedite, sta riprendendo. Ero alla ricerca di una parola che potesse essere indicata e ascoltata come possibile sintesi degli apprendimenti fatti, una parola-icona da valorizzare perché questa pandemia diventi trasformativa, capace cioè di proporsi come drammatica opportunità per cambiare molte cose e non per tornare a quella normalità che è parte in causa del disagio umano della modernità e non la sua soluzione.

#Partecipazione: ecco la parola che cercavo. Vediamo perché. Questo tempo ci ha consentito di apprendere, sulla nostra pelle, che oltre a non poter far nulla da soli viviamo in un mondo profondamente interconnesso, siamo gli uni dipendenti dagli altri. Abbiamo così capito il senso più profondo della riflessione di Hanna Arendt quando scriveva che il nostro agire, a ogni livello, provoca conseguenze "sconfinate". I nostri comportamenti, infatti, non rimangono mai circoscritti nello spazio dove si manifestano, hanno l'attitudine piuttosto di avviare processi senza fine di condizionamento e influenza che non riusciamo nemmeno a immaginare e quindi a visualizzare. Tutto si lega però: ogni cosa trova energia e causa in un'altra (o in più) azione, meglio dire in più comportamenti. Ogni decisione, atto di volontà o di rinuncia, le modalità con cui la stessa prende forma nascono da un intreccio di segni, parole e silenzi, comportamenti e storie di altri che la rendono possibile proprio in quel modo e comunque come atto di libertà.

Consapevolmente responsabili
Come usare questa consapevolezza che il Covid-19 dovrebbe aver rafforzato? Quali benefici possiamo trarne? Prima di tutto è bene che cresca in due direzioni: in senso longitudinale, perché possa essere interiorizzata nel nostro intimo; in latitudine, perché possa generare decisioni partecipate che coinvolgono la collettività, le comunità, i team. Se è vero che tutti siamo inestricabilmente dipendenti l'uno dall'altro, infatti, non può esserci società democratica o un modello di vita-insieme efficaci che non siano fondate sulla partecipazione. Tutti dovrebbero concorrere al funzionamento dell'organismo sociale (degli organismi) in cui vivono. Si tratta della partecipazione che esprime quella responsabilità che tutti condividiamo per il fatto stesso di con-vivere, di abitare insieme questo mondo. Avendo l'attitudine di cambiare con il nostro agire la vita degli altri non possiamo perciò sottrarci a essa, perché questa possibilità significherebbe rifiutare un dato di realtà.

Partecipazione e impresa
Si tratta, dunque, di una partecipazione che dovrebbe occupare tutti gli spazi, come l'acqua: quello politico e di governo, quello civile della società, quello economico e del lavoro. E' solo attraverso la riscrittura profonda della costituzione materiale di questo Paese che la partecipazione, presupposto di legittimità per qualunque leadership, può diventare lievito di vita buona a ogni livello. Per riscriverla occorre però un inchiostro particolare, che riconosce l'altro come protagonista della vita-insieme, di quel procedere nella storia che prende forma attraverso un movimento circolare alimentato dall'energia che esso stesso crea. Tutti diamo e tutti riceviamo, insomma, senza conoscere chi è il primo perché non c'è. E' un limite? Alcuni pensano che lo sia, ma non si può cambiare un dato che struttura la nostra esistenza di umani. Meglio esserne consapevoli per accoglierlo e farlo diventare faro del nostro agire anche dentro le organizzazioni.
La partecipazione in questo senso diventa l'esperienza più avanzata di quella #leadershipinclusiva che sola è capace di imprimere una direzione di senso all'impresa. Fuori di questa direzione l'economia sarebbe delirante perché riterrebbe se stessa libera dal dover rendere conto agli altri, a molti altri, del suo comportamento dalle conseguenze "sconfinate". Un'impresa sprovvista di leader inclusivi sarebbe vittima di quel delirio d'onnipotenza che affligge chi non accetta l'idea che ciascuno di noi (e ogni progettualità) nasca anche a causa di (e per) altri. Collocata in questa cornice di senso allora l'impresa diventa un dono straordinario che va accolto e rispettato nella sua natura di bene comunitario. Non il frutto di un atto solitario che si consuma all'interno di un interesse particolare, ma esito di un complesso processo di partecipazione per la costruzione di benessere diffuso.
Non è forse questo il modo più efficace per prenderci cura delle fragilità umane che la pandemia ci ha indicato?

Gabriele Gabrielli
Executive coach, consulente e formatore è Consigliere delegato di People Management Lab S.r.l Società Benefit e BCorp, insegna Organizzazione e gestione delle risorse umane all'Università LUISS Guido Carli. E' ideatore, co-fondatore e presidente della Fondazione Lavoroperlapersona
 

 

  • © 2020 AIDP Via E.Cornalia 26 - 20124 Milano - CF 08230550157 - tel.02/6709558 02/67071293

    Web & Com ®