hronline
     n. 11 anno 2019

Un solo pianeta una sola umanità

autore Romano Trabucchi
recensione di Paolo Iacci

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"La sola via d'uscita dai disagi di oggi e dalle disgrazie di domani passa per il rifiuto delle insidiose tentazioni di separazione. Anziché voltarsi dall'altra parte davanti alla realtà delle sfide di oggi - che si condensano nel concetto un solo pianeta, una sola umanità - anziché lavarsi le mani e alzare barriere contro le irritanti differenze e dissomiglianze e le estraniazioni auto-imposte, dobbiamo andare alla ricerca di occasioni di incontro e di contatto sempre più approfondito, sperando di arrivare in tal modo a una fusione di orizzonti, anziché a una loro fissione indotta e artefatta, ma sempre più esasperata". Queste le parole di Zygmunt Bauman che mi inducono a segnalare un libro sul tema dell'ecologia in una rivista con focus sull'HR. L'autore, Romano Trabucchi, è stato per alcuni decenni una colonna portante del dibattito e delle esperienze HR nel nostro Paese. Oggi, deposte le armi della professione, non smette di farci riflettere. Il volume "Un solo pianeta, una sola umanità" non si perde in dimostrazioni scientifiche sulle drammatiche conseguenze del cambiamento climatico in atto, ma mette in connessione questo rischio per l'umanità con il sovranismo nazionalistico e le sottostanti ideologie che oggi vanno per la maggiore. 


Il vecchio mestiere in realtà emerge ad ogni pagina (da qui l'opportunità di una segnalazione in una rivista HR). L'emergenza ecologica, infatti, richiede sforzi congiunti super-nazionali: i venti e le correnti marine non conoscono i confini che delimitano un territorio da un altro. Occorre quindi riconoscere i limiti in cui muoversi, abdicando l'imperio nazionale a favore di accordi transnazionali, a vantaggio dell'umanità nel suo complesso. "La sovranità nazionale conta poco quando la sfida è planetaria: sono gli accordi internazionali l'unica speranza". L'unicità del pianeta implica per la soluzione dei suoi problemi ecologici (e non solo), l'unità decisionale dell'intera umanità. La Terra deve diventare l'orizzonte anche delle nostre istituzioni. Affinché ciò sia possibile è però necessaria una grande rivoluzione culturale. Come ha affermato il Censis, stiamo vivendo una cultura della paura e del rancore. Abbiamo bisogno di una cultura inclusiva e di una visione cosmopolita.

Tutto converge in questo senso. Anche sul versante economico il nostro Paese, secondo Paese esportatore in Europa, ha bisogno di un alveo commerciale il più possibile aperto, senza il quale le nostre aziende non possono che comprimere il loro potenziale di sviluppo. Nelle nostre imprese ogni giorno chi fa HR è alle prese con la medesima problematica. Uno dei primi obiettivi che ci dobbiamo porre è l'integrazione tra culture differenti. Non solo per chi lavora nelle multinazionali, ma anche chi lavora in imprese che esportano o per chi lavora in imprese che hanno a che fare con mercati fortemente volatili, dove occorre essere sempre in sintonia con i gusti di una clientela che respira un'aria sempre più aperta e cosmopolita.

Ecco allora che il tema ecologico si sposa con un cambio di paradigma rispetto la cultura oggi prevalente, basata sulla diffidenza verso l'Altro in quanto tale, nel timore di perdere la propria identità ed il proprio potere. La globalizzazione ha portato incertezza ed instabilità. Immaginare il futuro diventa sempre più difficile e ansiogeno ed allora ci si rivolge al passato e si alimentano rimpianti e nostalgie. Si parla alla pancia della gente e si evita il confronto con i dati di realtà.

Come dice Svetlana Boym "il pericolo della nostalgia è che tende a confondere la casa vera con quella immaginaria". Lo sguardo si volge all'indietro e il passato viene idealizzato. Bauman per definire questo atteggiamento conia un neologismo: "retrotopia", unione di "retro" e "utopia". Questa è l'aria culturale che sempre più si respira, nella società e quindi anche nelle imprese. Se però non se ne evidenziano tutti i limiti sarà difficile procedere sulla via della salvezza del pianeta ma ancora prima a favore della convivenza delle persone nelle nostre imprese.

Fare HR non è solo la semplice applicazione di una strumentazione più o meno adeguata, ma soprattutto spinta verso atteggiamenti culturali e valori che devono andare nel senso dello sviluppo e della buona convivenza sociale (ed ecologica!).