hronline
     n. 11 anno 2019

Quelli che vanno e quelli che restano

di Paolo Iacci

Un giovanotto, afflitto da gravi turbe del comportamento, si sottopone a una visita psichiatrica. Quando torna a casa è visibilmente molto provato e angosciato.

La madre, vedendolo in quello stato, lo abbraccia amorevolmente: "Cosa ha detto il dottore?"

"Mamma, sono preoccupato, Lo psichiatra mi ha detto che ho un terribile complesso di Edipo".

"Oh, ma non ti preoccupare, lascia stare il dottore. L'importante è che vuoi tanto bene alla tua mamma..."

Leggevo poco tempo fa un dato che mi ha fatto riflettere: Eurostat ci dice che i giovani italiani sembrano essere diventati dei gran "mammoni".Tra i 18 e i 34 anni il 66% vive coi genitori. A lasciare con difficoltà la casa d'origine sono soprattutto i giovani maschi: il 72,7% fino ai 34 anni rimane in casa (56,2% in Europa), mentre tra le donne la percentuale scende al 59,8% (43,5% in Europa).

Si tratta del livello più alto in Europa dopo Grecia, Croazia e Malta. Ad essere alto in Italia è soprattutto il numero di chi è ancora a casa tra i 25 e i 34 anni, la fascia di età nella quale si dovrebbe aver terminato gli studi e cominciato a lavorare. Nella fascia più alta, tra i 25 e i 34 anni, non si è ancora emancipato il 49,3% dei giovani italiani a fronte del 30,6% medio in Ue (14,9% nel Regno Unito, 13,5% in Francia, 17,3% in Germania, addirittura 4,7% in Finlandia e 3,2% in Danimarca).

Alla domanda su quale sia la condizione personale del giovane che vive ancora a casa, il 26,2% dei cosiddetti "bamboccioni" tra i 18 e i 34 anni si dichiara occupato a tempo pieno (era il 24,6% nel 2016, il 37,3% nel 2008) mentre il 5,6% si dichiara occupato part time, il 22,8% disoccupato, il 41,8% studente e il 3,6% inattivo. Se invece si guarda alla fascia tra i 25 e i 34 anni le percentuali chiaramente cambiano con il 41,8% che si dichiara occupato a tempo pieno, il 7,8% che si dice occupato part time, il 26,9% che si dichiara disoccupato, il 18,8% ancora studente e il 4,8% inattivo.

Ovviamente giocano due aspetti, solo in parte collegati tra loro. Vi è una prima ragione di carattere economico: si trova lavoro più tardi, molte volte questo è precario e in ogni caso senza l'aiuto della famiglia nelle grandi città un giovane non si può comprare casa. D'altro lato pesa anche un dato culturale. Mamma in italiano ormai si dovrebbe scrivere con quattro m e non più con sole tre. Perché lasciare un posto caldo dove si può fare quello che si vuole senza pagare dazio?! Anche molti altri Paesi europei hanno vissuto i loro anni di crisi, ma i giovani hanno continuato ad uscire di casa molto prima degli italiani di pari età.

Vi è però anche un altro dato, che va in senso opposto. Ogni anno lasciano l'Italia 25.000 giovani laureati. Questi hanno conseguito in maggioranza lauree cosiddette "forti" (tecniche, scientifiche, ecc). I laureati che più ci servirebbero se ne vanno. Non ne possono più di un Paese litigioso, antimeritocratico, percepito come senza prospettive. Un verdetto durissimo, senza scampo.

I giovani più autonomi, più preparati o con maggior appeal sul mercato del lavoro abbandonano il bel Paese. Qui rimangono gli altri. Bravissimi ragazzi, per carità, ma a carburazione più lenta o meno decisivi per il nostro sviluppo economico.

Mi ha molto colpito come, in questo periodo di grande dibattito politico e sociale, nessuno abbia creduto importante spendere neanche un minuto per riflettere su questi dati.

Seguimi su www.paoloiacci.it