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Le mucche da latte

di Paolo Iacci

L'UPLI - Unione Produttori Latte Italiani, decide di finanziare una ricerca per aumentare la produttività delle mucche da latte.
Chiariamolo subito: a loro non interessa produrre più latte, ma produrne la stessa quantità con meno mucche.
Così decidono di chiedere ai migliori biologi e ingegneri genetici di creare una mucca migliore.
Mettono assieme questo gruppo di scienziati e danno loro una quantità illimitata di fondi.
Gli scienziati richiedono rarissimi prodotti chimici, strani batteri, tonnellate di attrezzature da quarantena, diffondono per errore una terribile epidemia di tifo, e dopo due anni escono dai laboratori con la "mucca progredita".
Essa produce il 2% di latte in più rispetto a una mucca normale.
Troppo poco.
A questo punto l'UPLI ci prova di nuovo con i più grandi chimici, vincitori del Premio Nobel.
Gli scienziati lavorano per sei mesi e, dopo aver consumato tonnellate di prodotti chimici e avvelenato mezza val Padana con una nube tossica sviluppatasi da uno dei loro esperimenti, riescono ad ottenere un incremento del 5% nella produzione del latte di una mucca.
Troppo poco.
L'UPLI si rivolge allora ai fisici, i quali ricavano ben poco. Un soggetto sottoposto a radiazioni produce il 10% di latte in più.
Il latte, però, non è a norma di legge. E la vita del soggetto è dimezzata.
Finalmente, nella disperazione, l'UPLI affida l'incarico ad un famoso matematico, che accetta di buon grado.
E' una mattina di settembre. Dopo aver ascoltato il problema egli dice alla delegazione dell'UPLI di ritornare quello stesso giorno, nel tardo pomeriggio, verso le 18.
Quando tornano, verso le 18, lo trovano con un pezzo di carta in mano nel quale ci sono tutti i calcoli per ottenere la "nuova mucca migliorata del 300%"
Il progetto comincia così:
"Dimostrazione della possibilità di aumentare del 300% la produttività di latte dei bovini.
Si consideri una mucca sferica..."
Diciamoci la verità: per incrementare la nostra competitività le stiamo pensando tutte, fino ad oggi con risultati assai scarsi e formule che hanno raccolto, volta per volta, il dissenso della maggioranza di tutti gli altri.
In questi ultimi 12 anni la produttività per ora lavorata in Germania è aumentata di quasi il 2 per cento all'anno e, nonostante questo, i salari sono cresciuti solo dello 0,5% all'anno. In altre parole, solo un quarto dei guadagni di produttività è finito nelle tasche dei lavoratori. Da noi, nello stesso periodo, la produttività del lavoro è aumentata mediamente dello 0,4% e i salari dello 0,9%, quindi le retribuzioni, pur rimanendo al palo, sono cresciute due volte di più della produttività. Questo spiega i 25 punti di competitività (costo del lavoro per unità di prodotto), persi in questi 12 anni nei confronti della Germania.
In Germania i contratti di categoria non prevedono alcun aggiustamento automatico all'inflazione (la Bundesbank aveva vietato qualsiasi tipo di indicizzazione). Però nei contratti collettivi ai vari livelli gli incrementi salariali richiesti dal sindacato hanno sempre una componente legata all'inflazione e i salari storicamente hanno tenuto il passo con la dinamica dei prezzi al consumo.
In questi giorni siamo giunti ad un accordo tra le parti sociali e il Governo: oltre due miliardi di sgravi per il salario di produttività per il periodo 2013 - 2015 indicano da soli il valore e la possibile incidenza del meccanismo concordato. Si mette finalmente in moto un processo che incrementa il peso della contrattazione di secondo livello e una diversa organizzazione del lavoro, chiamando in causa le imprese affinché ricomincino ad investire in impianti produttivi e in nuovi prodotti, e i lavoratori, chiamati ad accompagnare tale assunzione di responsabilità. Finalmente le parti sociali fanno qualcosa di concreto, insieme con il Governo, per tentare di riavviare l'economia di questo Paese, imballato tra mille veti reciproci. Chiamarsi fuori, a torto o a ragione, non aiuta il lavoro.

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