Giovani nè nè
di Paolo Foschi, Consulente di direzione, Vice direttore ISIA Faenza [ pfoschi@libero.it ]Il "Rapporto giovani 2008", ricerca che il Ministero della Gioventù ha commissionato al Dipartimento di studi sociali economici attuariali e demografici dell'Università "La sapienza" di Roma, non ha sollevato il dibattito che era lecito attendersi. Cerchiamo di capirci: in Italia i "giovani", quelli che hanno una età fra i 25 e i 35 anni, sono circa otto milioni di cui 1.900.000 (un robusto 23,75%), immediatamente battezzati con un civettuolo la "generazione né - né", non studiano e non lavorano. Il dato, che dovrebbe far riflettere Governo, sindacati dei datori di lavoro e dei prestatori di lavoro, èlite e intellighenzie varie, diviene drammatico se si considera che fra i giovani che non studiano e non lavorano i ricercatori hanno scovato ben 700.000 giovani "inattivi convinti". Sono quelli che della decisione di non studiare e non lavorare hanno fatto una "scelta di vita": non studiano perché "lo studio è inutile", non cercano lavoro e non sono disposti a cercarlo per non entrare nella "generazione 1000 euro al mese", ma si dichiarano comunque soddisfatti della loro condizione. Come vedremo si tratta di una sorta di "bomba a orologeria" che prima o poi deflagrerà, mettendo in crisi non solo l'economia ma l'intera nazione da nord a sud.
La carica dei 700.000 sembra dare tardiva ragione a Tommaso Padoa-Schioppa Ministro dell'Economia del precedente Governo che nel 2007, nel corso dell'audizione davanti alla Commissione Bilancio di Camera e Senato, si lanciò in una filippica contro i ragazzi che stanno ancora alle dipendenze dei genitori. Con estrema brutalità, temperata da quella che forse considerava una vena ironica, sintetizzò il suo dire con un bel "mandiamo i bamboccioni fuori di casa", beccandosi, da destra e da sinistra, una copiosa razione di insulti. Si riferiva forse, anticipando gli esiti del rapporto, al giovane che cresciuto in un ambiente in cui "il bambino è re", si trova benissimo anche quando, divenuto giovane adulto, non è utile né a se stesso né alla società perché c'è sempre qualcuno che a lui provvede. Se nei Paesi del Mediterraneo la famiglia funziona come grande "ammortizzatore sociale", la sua funzione è esaltata in Italia dove, per fortuna di tutti noi, oltre 80% delle famiglie non paga l'affitto avendo la casa di proprietà (i due terzi del patrimonio edilizio nazionale è di proprietà di genitori e nonni!). In Italia tre lavoratori atipici su quattro indipendentemente dall'età continuano a vivere in famiglia, mentre solo uno, nonostante il precariato, ha il coraggio di uscire dal guscio per misurarsi con la vita e le sue asperità. Fatto cento chi continua a vivere in famiglia, il 75% vorrebbe lasciarla, ma in otto casi su dieci non lo fa per "motivi economici e lavorativi". Con le cautele del caso, rifuggendo dal voler trarre conclusioni temerarie sommando mele con pere, non sembri azzardato ritenere che sia per il giovane "inattivo convinto" sia per il lavoratore atipico (in massima parte lavoratore a termine) il continuare a vivere in famiglia - "mangiato, lavato e stirato avendo la libertà di ricevere la ragazza" - è aspirazione piuttosto diffusa. Sì, perché nel "bel paese", come ci spiegò tanti anni fa il professor De Rita al "Progetto Valletta" della "Fondazione Agnelli" (eravamo giovani e pochissimi sapevano cosa fosse mai il Censis), esiste il "salario familiare", una sorta di "ammortizzatore sociale" ante litteram che consente al giovane di vivere decentemente in famiglia - non di sopravvivere - sin quando "non metterà la testa a posto". Per far capire come fosse allora composto il "salario familiare", quando non esisteva ancora la locuzione "lavoro in nero" bensì "pagamento nel pugno", De Rita esemplificava citando gli "spezzoni di reddito" che lo componevano. L'elenco comprendeva la retribuzione del padre regolarmente tassata in virtù di un posto fisso, integrata da quanto gli passa, esentasse, il cognato al quale tiene, dopo cena, la contabilità della bottega artigiana; il lavoro svolto in casa dalla madre sarta (la macchina per cucire nel tinello) con le clienti che pagano in contanti, la pensione del nonno, dopo una vita di lavoro regolare, integrata dai lavoretti che continua a svolgere per "passare il tempo", nonché la pensione d'invalidità della nonna, ottenuta magari per vie traverse, che comunque continua a pulire le scale dei condomini portando a casa anche le mance. Dopo tanta acqua passata sotto i ponti il "salario familiare" continua ad esistere, anche se non si parla più di "pagamento nel pugno" bensì di "lavoro in nero, reddito non tassato, elusione ed evasione fiscale".
Come se non bastasse, alla "generazione né - né" appartiene anche una quota di "adolescenti", tre milioni nella fascia d'età 15 - 19 anni, dei quali 270.000, il 9%, non studiano e non lavorano e di questi ben 50.000 sono "inattivi convinti".
Come passa il tempo un "inattivo convinto"? Gianpaolo Pansa ne fornisce uno spaccato: "Adesso Mario ha quasi ventisette anni. E continua a vivere in casa, da perfetto bamboccione. Coccolato e mantenuto dai genitori, si comporta come se abitasse in albergo, spesato di tutto. Dorme sino a mezzogiorno. Passa ore e ore sul letto ad ascoltare musica nelle cuffiette, oppure davanti al computer, per navigare in internet. Di continuo ha bisogno di una ricarica del telefonino. Non beve, ma fuma molto e si fa qualche canna. Quasi tutte le sere tira tardi con il suo gruppo di amici. Non risulta che abbia una morosa. Del resto, borbotta la mamma scoraggiata, dove la trovi una ragazza che si mette con un perdigiorno!"
La "generazione né- né" ne sta mettendo in crisi, essendo la ripresa economica ancora lontana, una ben più vasta: quella dei genitori e dei nonni. De Rita scrive: "Una generazione che continua a coltivare una piacevole relazione amicale e conviviale con i propri figli, sigla un patto di tacito laissez - faire, condivide una sfrenata tensione al consumo come forma di gratificazione familiare". Nonostante il continuo regolare aumento della "speranza di vita" il "salario familiare" è fatalmente destinato a depauperarsi nel tempo; i nonni, e non solo loro, purtroppo muoiono sottraendo spezzoni al "salario familiare", mentre la casa di proprietà non esime dal pagamento delle bollette sempre più salate. Anche la "gratificazione familiare" è quindi destinata a ridursi. Cosa succederà quando gli "inattivi convinti", attualmente circa 750.000 ma destinati a crescere nel tempo, potranno disporre di un "salario familiare" ridotto? Quelli che potremmo chiamare gli "attivi convinti", coloro che nonostante tutto non si risparmiano dandoci dentro da mane a sera, ce la faranno ad assicurare un decente livello di vita anche agli "inattivi convinti"? Sembra che pochi si stiano ponendo il problema, nemmeno il Ministro della Gioventù che ha pur commissionato il "Rapporto giovani 2008".
Nel frattempo il dibattito sulla "generazione né - né" ha presto lasciato il posto, sulla stampa, a quello su Paola "La single infelice e il sogno di un marito", una quarantenne che ha "la sensazione che tutto fluisca attorno ad un vortice troppo rapido perché io possa afferrarlo, lasciandomi a guardare la spiga di un progetto che non decolla. Forse non dovrei avere progetti..."
Come non lo hanno gli "inattivi convinti"?
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